Un pop up sul sito è una finestra che compare sopra la pagina per chiedere un'azione al visitatore, di solito lasciare l'email in cambio di uno sconto o di un contenuto. Usarlo ha senso quando l'offerta vale l'interruzione e la finestra non copre la pagina a chi arriva da Google su smartphone: dal 10 gennaio 2017 Google può posizionare più in basso proprio quelle pagine, mentre esenta i banner che occupano una parte ragionevole dello schermo e le finestre obbligatorie per legge, come il consenso ai cookie.
La domanda vera non è "pop up sì o no".
È quale pop up, a chi e in quale momento.
Le guide italiane in prima pagina su "pop up sito" spiegano cos'è un pop up e come crearlo con un plugin. Quelle che abbiamo letto riportano la regola di Google al massimo in una riga, senza la precisazione che Google stessa ha pubblicato nel 2023. E nessuna ha controllato quanti negozi italiani li usano davvero.
Gli errori che vediamo più spesso sono tre:
- il pop up a tutto schermo che parte appena la pagina si apre, sopra il banner dei cookie;
- la barra promozionale che spinge giù il contenuto e peggiora il CLS (la stabilità visiva della pagina, uno dei Core Web Vitals);
- lo stesso sconto mostrato a ogni visita anche a chi si è già iscritto.
Il pop up sta esattamente dove si incontrano posizionamento e conversioni, e sono i due numeri su cui lavoriamo per i clienti.
Il negozio online di Scovaventi, azienda agroalimentare, aveva visite ma non vendeva: rifatto su Shopify e spinto con le campagne, ha chiuso dodici mesi con oltre 77.000 € di vendite e un carrello medio di 190 €. Con quel carrello, uno sconto del 10% per l'iscrizione costa 19 € a ordine. È una scelta da fare con i numeri, non a sensazione.
Contesini Consulenze vende invece consulenze su luce e gas: 299 richieste di contatto a 7,20 € l'una, con il 68% che diventa un'opportunità commerciale. Lì il lavoro l'hanno fatto la landing page nuova e il tracciamento.
Quindi i pop up funzionano o no?
Dipende dal sito. Qui trovi:
- cosa dice davvero Google, nel 2017, nel 2023 e nella documentazione di oggi;
- il costo nascosto sul CLS, che quasi nessuno mette in conto;
- il nostro test su 28 e-commerce italiani, con i dati per piattaforma;
- quanto convertono secondo chi misura più di un miliardo di visualizzazioni;
- la regola per tipo di sito e la checklist per impostarli.
Partiamo.
Cos'è un pop up sul sito (e quali forme ha davvero)
Un pop up è un elemento che si sovrappone alla pagina senza che il visitatore l'abbia chiesto. Google li divide in interstitial, che coprono l'intera pagina, e dialog, che ne coprono solo una parte: non è una distinzione da manuale, perché decide se la finestra rientra tra quelle che Google sconsiglia.
Sui siti italiani le forme ricorrenti sono sei:
| Forma | Cosa copre | Quando compare di solito | Rischio con Google su mobile |
|---|---|---|---|
| Modale a tutto schermo | Tutta la pagina | All'apertura o dopo pochi secondi | Alto, se compare a chi arriva dalla ricerca |
| Interstitial su pagina separata | È una pagina a sé, prima del contenuto | All'apertura | Alto: Google chiede di non reindirizzare a una pagina separata |
| Modale centrale | La parte centrale, con lo sfondo scurito | Dopo qualche secondo o dopo lo scroll | Medio: dipende da quanto schermo occupa sul telefono |
| Slide-in in un angolo | Un riquadro piccolo | Dopo lo scroll | Basso |
| Barra in alto o in basso | Una striscia | All'apertura | Basso per Google, ma attenzione al CLS |
| Exit intent | Variabile | Quando il mouse esce dalla finestra, su desktop | Basso: non compare nel passaggio dalla ricerca alla pagina |
E il banner dei cookie? È una finestra anche quello, ma di un'altra categoria: ha una sezione tutta sua più sotto.
I pop up penalizzano la SEO? (la regola del 2017 e la precisazione del 2023)
Sì, ma in un caso preciso: quando la finestra copre il contenuto principale a chi arriva da un risultato di ricerca su mobile. Google l'ha annunciato il 23 agosto 2016 ed è in vigore dal 10 gennaio 2017: le pagine in cui il contenuto non è facilmente accessibile nel passaggio dalla ricerca mobile "may not rank as highly".
Nello stesso post Google ha elencato cosa NON rientra nella regola, se usato con criterio:
- le finestre che rispondono a un obbligo di legge, come il consenso ai cookie o la verifica dell'età;
- i login sui siti con contenuti privati o dietro paywall;
- i banner che usano una quantità ragionevole di schermo.
E ha scritto due cose che di solito si dimenticano. Il contenuto sotto il pop up resta presente e indicizzabile, quindi il problema non è che Google non legge la pagina, ma che la considera un'esperienza peggiore. E quel segnale era "just one of hundreds", con l'intento della ricerca che continuava a pesare di più. Non è una penalizzazione manuale: non arriva nessun messaggio in Search Console, a differenza delle azioni manuali di Google.
Poi, ad aprile 2023, la precisazione.
Google ha scritto che dei segnali di page experience (Core Web Vitals, mobile-friendly, HTTPS e assenza di interstitial intrusivi) "not all of these may be directly used to inform ranking". La pagina sulla page experience, aggiornata a settembre 2026, va oltre: a parte i Core Web Vitals, gli altri aspetti "don't directly help your website rank higher".
Allora posso mettere un pop up a tutto schermo e non pensarci più?
No. La documentazione attuale sugli interstitial, aggiornata a dicembre 2025, continua a dire "Don't obscure the entire page with interstitials" e aggiunge che i dialog invasivi possono rendere la pagina più difficile da capire anche per i motori di ricerca.
La nostra lettura: il rischio diretto sul posizionamento si è ridotto, quello sul comportamento di chi arriva no. Chi tocca un risultato, trova una finestra che copre tutto e torna indietro è un visitatore perso in ogni caso. È uno degli otto casi in cui SEO e UX si scontrano davvero, e uno dei punti da controllare nella SEO da mobile.
Il costo che non vedi: il CLS (e perché una barra pesa più di un modale)
Il CLS (Cumulative Layout Shift) misura quanto si spostano gli elementi visibili mentre la pagina carica, ed è uno dei tre Core Web Vitals, i soli aspetti della page experience che Google dice di usare nel ranking. Secondo web.dev un CLS buono è 0,1 o meno, sopra 0,25 è scarso.
Qui c'è una cosa controintuitiva.
Il modale centrale, quello che tutti odiano, di solito non sposta niente: sta sopra la pagina, fuori dal flusso del documento.
La barra promozionale in alto, che sembra innocua, spesso spinge giù tutto il contenuto quando compare. web.dev la cita come esempio tipico: banner e form che appaiono in alto o in basso e "shift the rest of the page's content". La correzione che indica è riservare lo spazio prima che la barra carichi, oppure sovrapporla al contenuto.
Non è un problema teorico. Quando abbiamo passato a Lighthouse le nove pagine italiane in prima pagina per l'ottimizzazione della user experience, quella al quinto posto aveva un CLS di 0,353, tre volte e mezzo la soglia. Se il tuo CLS da mobile supera 0,1 e hai una barra che compare dopo il caricamento, parti da lì.
Quanti e-commerce italiani usano i pop up (il nostro test su 28 pagine)
Quasi uno su due. Il 9 ottobre 2026 abbiamo scaricato il codice di 28 pagine di categoria di e-commerce italiani che compaiono nei primi dieci risultati di Google.it da smartphone per quattro ricerche d'acquisto: 13 su 28, il 46%, caricano uno strumento o un modulo in grado di mostrare un pop up di iscrizione.
Il metodo, perché un dato vale quanto il modo in cui è raccolto:
- ricerche: "caffè in grani online", "costumi da bagno donna online", "crema viso naturale acquista online" e "lampade da tavolo design shop online", rilevate con DataForSEO su Google Italia da mobile;
- esclusi comparatori di prezzo e riviste: restano 30 pagine di negozi, 2 delle quali non leggibili (una ha risposto con errore 403, una non ha restituito il codice);
- nel codice HTML, scaricato come se fosse uno smartphone, abbiamo cercato gli script degli strumenti di raccolta email (Klaviyo, Mailchimp, OptinMonster, Getsitecontrol, Omnisend, Privy e altri) e i moduli newsletter in pop up dei temi;
- il test vede cosa c'è nel codice, non cosa compare a schermo: un modulo può avere regole di comparsa (ritardo, scroll, uscita) oppure essere installato e spento.
| Piattaforma | Pagine analizzate | Con strumento o modulo pop up | Quota |
|---|---|---|---|
| Shopify | 9 | 6 | 67% |
| PrestaShop | 6 | 3 | 50% |
| Altre (Magento, WooCommerce, Salesforce Commerce, sviluppo su misura) | 13 | 4 | 31% |
| Totale | 28 | 13 | 46% |
Tra i 13 negozi, gli strumenti si dividono così: Klaviyo in 5, tutti su Shopify, moduli o sezioni del tema in 5, Mailchimp in 2, OptinMonster in 1. In uno dei negozi Shopify, accanto a Klaviyo, c'è anche Getsitecontrol.
Due dettagli ci hanno colpito.
Il primo: su Shopify il pop up è quasi la norma, 6 negozi su 9. Le app di email marketing lo rendono un'opzione da attivare in pochi clic, e in un caso il codice conteneva già il testo "Per te un buono sconto del 10%". Le altre impostazioni che contano su questa piattaforma le trovi nella guida alla SEO per Shopify.
Il secondo: in un tema Shopify la sezione pop up era impostata in basso a destra. È un dialog piccolo, cioè la forma che Google lascia stare. Si può fare, quindi. Basta sceglierlo.
E gli altri 15? Non caricano nessuno degli strumenti che abbiamo cercato. Non significa che non raccolgano email: possono farlo con un modulo nel footer o dentro la pagina, senza finestre.
Il tuo pop up porta iscritti o fa scappare clienti?
Hai appena visto che quasi un e-commerce su due ha un pop up pronto nel codice, e che chi arriva da Google su smartphone lo paga più di tutti. Guardiamo il tuo: forma, momento in cui compare, effetto sul CLS e sulle vendite. Poi ti diciamo se tenerlo, cambiarlo o spegnerlo.
Prenota una consulenza strategicaQuanto convertono i pop up (i numeri che girano e quelli da usare)
In media il 2,1% di chi vede un pop up lascia l'email. È il dato che Omnisend ha pubblicato sul 2025, calcolato su 1,24 miliardi di visualizzazioni e 26,4 milioni di email raccolte dai negozi che usano la sua piattaforma: un campione internazionale, fatto soprattutto di e-commerce, in calo dal 2,3% del 2024.
Il dato più utile dello stesso report Omnisend riguarda il momento in cui la finestra compare:
| Ritardo prima della comparsa | Tasso di conversione medio 2025 |
|---|---|
| 0-1 secondi | 1,9% |
| 1-5 secondi | 2,3% |
| 6-10 secondi | 2,4% |
| 11-15 secondi | 2,1% |
| 16-30 secondi | 1,9% |
| 31-60 secondi | 1,8% |
| Oltre 60 secondi | 1,9% |
Altri tre numeri dallo stesso report: i pop up pensati per mobile convertono il 2,2%, quelli solo desktop l'1,4%; quelli mostrati solo su pagine scelte convertono il 2,4% contro il 2,0% di quelli mostrati ovunque; la ruota della fortuna supera il 3,5%.
Quindi devo farlo comparire dopo 6-10 secondi anche da smartphone?
Non se copre la pagina. Nel post del 2016 Google include tra le tecniche a rischio anche il pop up che copre il contenuto "while they are looking through the page", cioè mentre si sta leggendo. Su mobile il ritardo cambia la conversione, non il rischio: quello lo cambia la dimensione.
Ma non avevo letto che i pop up convertono il 12%?
Sì, e lo abbiamo riportato anche noi negli esempi di call to action: First Page Sage indica il 12,1% per i pop up a pagina intera con un'offerta o uno sconto. Sono misure diverse, su basi diverse, e la distanza tra le due è di quasi sei volte. La conclusione pratica è una sola: non decidere su una media di settore, ma sul tuo dato, con il test che trovi più sotto. Per il resto dei numeri del canale c'è la nostra raccolta di statistiche sull'email marketing.
Dall'altra parte della bilancia c'è il fastidio. Nel 2017 Nielsen Norman Group ha chiesto a 452 adulti statunitensi di valutare 23 formati pubblicitari da 1 a 7: i modali sono finiti nel gruppo dei più odiati sia su desktop sia su mobile, e il fastidio medio su mobile (5,45) era più alto che su desktop (5,09). È un campione americano e parla di annunci, ma il meccanismo è lo stesso: una finestra che blocca la lettura. Dai commenti è emerso anche che si tollera di più ciò che si può chiudere o ignorare.
Quando usare un pop up e quando no (la regola per tipo di sito)
Il pop up conviene quando offre qualcosa che il visitatore vuole subito e che vale più del tempo che gli fai perdere. Per tipo di sito, la regola che applichiamo è questa.
E-commerce: sì, con uno sconto vero e non al primo tocco
È il caso in cui i numeri di Omnisend hanno senso. Uno sconto sul primo ordine o la spedizione gratuita sono motivi concreti per lasciare l'email. Su un carrello medio di 190 €, come quello di Scovaventi, il 10% vale 19 € a ordine: un costo da mettere nel margine, non un regalo. Mostralo dopo che il visitatore ha visto almeno un prodotto e, da smartphone, in un riquadro che lascia visibile la pagina.
Sito B2B o lead generation: quasi sempre no all'ingresso
Chi cerca un fornitore o un preventivo è arrivato per fare proprio quello. Un pop up che chiede l'iscrizione alla newsletter compete con il modulo di contatto, che è l'unica conversione che conta. Se vuoi una finestra, usala in uscita su desktop per un contenuto da scaricare, e misura se toglie richieste.
E prima ancora sistema la misura. Quando abbiamo preso in carico Valore Solare, l'account Google Ads contava 15.267 "conversioni" in un mese su 5.467 clic: erano eventi tecnici del sito, non richieste di preventivo. Un pop up tracciato male fa lo stesso effetto. Gli altri motivi per cui le richieste non arrivano sono nella guida su perché il sito non genera lead.
Blog e siti di contenuti: riquadro laterale dopo la lettura
Chi legge un articolo è arrivato per l'articolo. Uno slide-in piccolo che compare a metà pagina, con una risorsa legata a quello che sta leggendo, chiede un'azione a chi ha già mostrato interesse e non copre niente.
Attività locali e servizi: no
Chi cerca un idraulico o un ristorante vuole il numero di telefono o l'indirizzo. Ogni finestra prima di quell'informazione è un passo in più verso il risultato successivo in SERP.
Pop up e banner dei cookie (cosa chiede il Garante e perché due finestre sono troppe)
Il banner dei cookie è una finestra obbligatoria, quindi Google lo esenta. In Italia le regole sono nelle linee guida del Garante privacy del 10 giugno 2021: chiudere il banner con la X in alto a destra significa continuare a navigare senza cookie diversi da quelli tecnici, e il banner si può ripresentare solo se cambiano le condizioni del trattamento, se il sito non può sapere che la scelta è già stata fatta o dopo almeno 6 mesi.
Il problema nasce quando sopra il banner arriva subito il pop up promozionale. Chi arriva da Google su smartphone trova due finestre prima di una riga di contenuto, e la seconda non è esentata da niente.
La regola che usiamo: il pop up promozionale parte solo dopo che il visitatore ha chiuso il banner dei cookie e ha visto almeno una pagina. E se raccoglie email deve dire a cosa servono e rimandare all'informativa, perché l'articolo 13 del GDPR chiede di informare chi lascia i dati nel momento in cui li raccogli.
Come impostare un pop up che non costa posizioni né vendite (la checklist in 8 punti)
- Mai a tutto schermo su mobile nella prima pagina vista. È esattamente il caso coperto dalla regola del 2017.
- Un innesco legato al comportamento. Seconda pagina vista, metà pagina letta o, su desktop, uscita: Omnisend vede convertire meno i pop up immediati (1,9%) di quelli con qualche secondo di attesa.
- Su smartphone, riquadro piccolo o barra. Il contenuto principale deve restare leggibile.
- Nessuna pagina separata prima del contenuto. Google chiede di non reindirizzare il visitatore a una pagina a parte per il consenso o per l'iscrizione.
- Chiusura visibile e grande abbastanza per il pollice. Il fastidio cala quando il visitatore sente di poter chiudere.
- Spazio riservato o sovrapposizione per le barre, così il CLS resta sotto 0,1.
- Niente sconto a chi è già iscritto, e un limite di frequenza. Chi ha chiuso la finestra non deve rivederla alla pagina dopo.
- L'iscrizione si misura come evento a parte in GA4, separata da acquisti e richieste di contatto, per non ripetere l'errore delle conversioni gonfiate.
Come capire se il pop up ti fa guadagnare (il test che quasi nessuno fa)
Si capisce solo spegnendolo per una parte dei visitatori. Il tasso di iscrizione ti dice quante email raccogli, non quanti acquisti o contatti perdi da chi chiude la pagina.
Il test che consigliamo:
- gruppo di controllo: a una quota fissa di visitatori, per esempio uno su cinque, il pop up non compare, con il test A/B dello strumento o con una regola in Google Tag Manager;
- metrica: ricavo o richieste per visitatore nei due gruppi, per almeno quattro settimane;
- lettura: se il gruppo senza pop up compra quanto o più dell'altro, le email raccolte ti costano vendite.
Per il traffico da Google, guarda in Search Console clic e posizione da smartphone delle pagine dove hai attivato il pop up, quattro settimane prima e quattro dopo. Non è una prova di causa ed effetto, ma un calo solo da mobile è un segnale da non ignorare. Se invece il problema è che il sito non vende nemmeno senza finestre, il punto di partenza è un altro: perché il sito non converte.
Ricapitolando
Pop up a tutto schermo per chi arriva da Google su mobile: da evitare dal 2017.
Cookie, verifica dell'età e banner piccoli: esenti.
Il CLS lo rovinano le barre che spingono giù la pagina, non i modali.
Quasi un e-commerce italiano su due ha un pop up pronto nel codice: 13 su 28.
Conversione media: 2,1% su 1,24 miliardi di visualizzazioni.
La decisione si prende con un gruppo di controllo, non con la media di settore.
Nel settore si discute molto di come rendere il pop up meno fastidioso. Si dice poco che un pop up all'ingresso è spesso la toppa di una pagina che non chiede niente da sola: se la scheda prodotto o la landing avessero un'offerta chiara nel punto giusto, la finestra servirebbe meno. Prima di scegliere il plugin, chiediti che cosa manca alla pagina. È la domanda da cui partiamo quando lavoriamo sulla SEO e sulla lead generation dei clienti.
Alla prossima!
Domande frequenti sui pop up
Dipende da forma e momento. Dal 10 gennaio 2017 Google può posizionare più in basso le pagine in cui un pop up copre il contenuto principale a chi arriva dalla ricerca su mobile. Nel 2023 ha precisato che non tutti i segnali di page experience sono usati direttamente nel ranking, ma la sua documentazione continua a chiedere di non coprire l'intera pagina. I banner piccoli e le finestre obbligatorie per legge sono esenti.
No. Google esenta dal 2016 le finestre che rispondono a un obbligo di legge, come il consenso ai cookie o la verifica dell'età. Il problema nasce quando al banner dei cookie si aggiunge subito un pop up promozionale: la seconda finestra non è esentata.
Dipende dal dispositivo. L'exit intent segue il movimento del mouse, quindi funziona su desktop. Su smartphone è meglio un innesco legato al comportamento, come la seconda pagina vista o lo scroll a metà pagina, con un riquadro che non copre il contenuto. All'ingresso e a tutto schermo è la scelta più rischiosa, e secondo Omnisend anche quella che converte meno: 1,9% contro il 2,4% dei pop up mostrati dopo 6-10 secondi.
Dipende da offerta e pubblico. Secondo Omnisend, su 1,24 miliardi di visualizzazioni nel 2025, la media è del 2,1%: 2,2% per i pop up pensati per mobile, 1,4% per quelli solo desktop e oltre il 3,5% con la ruota della fortuna. Altre fonti danno valori molto più alti con metodi diversi, quindi la decisione va presa sui propri dati.
Sì. Google ha scritto che il contenuto coperto da un interstitial resta presente nella pagina e indicizzabile. Il problema è l'esperienza di chi arriva dalla ricerca e non riesce a leggere quello che si aspettava.
No, non all'ingresso. Su un sito che vive di richieste di preventivo, un pop up per la newsletter compete con il modulo di contatto, che è la conversione che conta. Se serve, meglio un pop up in uscita su desktop per un contenuto da scaricare, misurato come evento separato.