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Il sito non genera contatti? Controlla prima quelli che arrivano e si perdono

Autore: Matteo Pellegrini

Un sito web non genera contatti quando chi lo visita non lascia una richiesta, oppure la lascia e la richiesta non arriva a nessuno che possa rispondere. Il secondo caso si vede poco, perché da fuori un modulo che non consegna è identico a un modulo che nessuno compila: in tutti e due i casi la casella resta vuota.

Per questo l'ordine dei controlli conta. Prima di riscrivere le pagine o comprare traffico conviene seguire il tragitto di una richiesta dal pulsante Invia fino al telefono di chi deve richiamare. Ci vuole un'ora. Se il guasto è lì, nessun intervento sulle pagine lo ripara. Se il tragitto è pulito, la diagnosi si sposta sulla pagina e sul traffico, e per quella parte c'è la guida su come capire se il sito non converte davvero.

I tre punti in cui un contatto si perde

Una richiesta può mancare in tre momenti diversi, e ognuno si controlla in un posto diverso.

Dove si perdeIl sintomoIl primo controllo
Prima della visita: chi cerca non arriva sul sitoPoche visite da ricerche con prezzo, preventivo, cittàLe query in Search Console
Sulla pagina: arriva ma non scriveVisite sulle pagine dei servizi, nessun invioIl tasso di conversione delle pagine dei servizi
Dopo l'invio: scrive e nessuno lo sa, o lo sa tardiClienti che dicono di aver scritto senza risposta, giorni interi senza richiesteUn invio di prova, la posta indesiderata, i tempi di risposta

Gli articoli italiani che rispondono a questa domanda si fermano quasi tutti ai primi due punti. Il 7 ottobre 2026 abbiamo letto i risultati in prima pagina su Google per «sito web non genera contatti» e «come generare contatti dal sito web»: dei nove articoli e pagine di agenzia che si lasciano leggere, uno solo parla di email del modulo finite nello spam, e nessuno nomina SPF, DKIM o DMARC, i tre record che decidono se quelle email vengono accettate. Se il problema è a monte, cioè il sito non compare per le ricerche giuste, la diagnosi è quella descritta in perché il sito non compare su Google. Qui partiamo dal fondo.

Il test che si fa in dieci minuti: scrivi al tuo sito

Compila il tuo modulo come farebbe un cliente, ma con metodo:

  1. Invia una richiesta da un indirizzo Gmail e una da un indirizzo Outlook o Libero, dallo smartphone e in 4G, non dalla rete dell'ufficio.
  2. Annota l'ora dell'invio e l'ora in cui la notifica compare nella casella aziendale. Se compare nella posta indesiderata, o non compare, il problema l'hai già trovato.
  3. Rispondi alla notifica e guarda a chi va la risposta. Se va a un indirizzo come wordpress@ o noreply@ invece che al cliente, ogni risposta scritta di getto dal commerciale finisce nel vuoto.
  4. Leggi la conferma che riceve il cliente: dice entro quando sarà ricontattato?
  5. Ripeti il test dopo ogni aggiornamento del tema, dei plugin o dell'hosting.

Due dettagli tecnici spiegano perché il test va fatto davvero e non dato per scontato. Su WordPress la funzione che spedisce le email, wp_mail, risponde «inviato» quando ha passato il messaggio al server; la documentazione ufficiale di WordPress precisa che questo esito non significa che il destinatario lo abbia ricevuto. Contact Form 7, poi, non conserva copia dei messaggi: la sua documentazione avverte che con un problema al server di posta o un errore di configurazione le richieste si possono perdere per sempre, e consiglia Flamingo, un plugin dello stesso autore che le salva nel database. Con un archivio delle richieste dentro il sito, un guasto alla posta diventa un ritardo invece di una perdita.

Perché le email del modulo finiscono nello spam

La notifica di un modulo è un'email spedita dal server che ospita il sito, quasi sempre con un mittente del tuo dominio. Per chi la riceve è un messaggio che dichiara di arrivare da @tuaazienda.it ma parte da una macchina diversa da quella che spedisce la posta di tutti i giorni. Per decidere se fidarsi, il server di destinazione legge tre record pubblicati nel DNS del dominio:

  • SPF elenca i server autorizzati a spedire per il dominio.
  • DKIM aggiunge al messaggio una firma che dimostra che viene dal dominio e non è stato alterato.
  • DMARC dice al destinatario cosa fare quando i primi due controlli falliscono, e a quale indirizzo mandare i report.

Dal 1° febbraio 2024 Gmail chiede a tutti i mittenti, anche a chi spedisce poche email al giorno, di autenticare la posta con SPF o DKIM; a chi supera le 5.000 email al giorno verso indirizzi Gmail chiede SPF, DKIM e DMARC insieme (linee guida di Google per i mittenti). Google aveva annunciato la stretta nell'ottobre 2023 sul proprio blog. Una notifica che parte da un server non elencato nello SPF e senza firma DKIM è il tipo di messaggio che questi controlli fermano.

Succede, per esempio, dopo un cambio di hosting: il sito si sposta su un server nuovo, lo SPF resta quello di prima, e le notifiche cominciano a finire nella posta indesiderata senza che nessuno se ne accorga, perché il modulo continua a mostrare «Grazie, ti ricontatteremo».

Cosa abbiamo trovato nel DNS di 41 aziende italiane in prima pagina

Per capire quanto sia trascurata questa parte abbiamo fatto un controllo il 7 ottobre 2026. Abbiamo preso i risultati organici della prima pagina di Google Italia per nove ricerche commerciali con la città, scartato directory, portali, social e grandi catene, e letto i record SPF e DMARC dei 41 siti aziendali rimasti. Una decima ricerca, «noleggio attrezzature edili bari», non aveva in prima pagina nemmeno un sito aziendale: solo Pagine Bianche, Pagine Gialle, altri elenchi e due post Instagram.

RicercaSiti aziendaliSenza DMARCDMARC solo monitoraggio (p=none)DMARC che bloccaSPF assente o neutro (?all)
serramenti torino43100
impresa di pulizie milano52301
commercialista roma52301
ristrutturazione bagno firenze54101
carpenteria metallica brescia84310
impianti fotovoltaici bologna41301
impresa edile napoli20200
studio legale padova20200
stampaggio plastica verona62402
Totale4118 (43,9%)22 (53,7%)1 (2,4%)6 (14,6%)
Rilevazione Visilay sui record DNS pubblici, 7 ottobre 2026. DKIM non compare perché per leggerlo serve conoscere il selettore usato dal mittente.

Quaranta siti su 41 non chiedono ai destinatari di bloccare la posta che finge di arrivare dal loro dominio. Diciotto non hanno un record DMARC; ventidue lo hanno con p=none, che secondo lo standard significa che il titolare del dominio non chiede nessuna azione specifica sui messaggi che falliscono i controlli (RFC 7489, sezione 6.3). È il primo passo per raccogliere i report, non una protezione. Un solo dominio, di una carpenteria bresciana, ha una politica reject.

Sei siti hanno uno SPF assente o chiuso con ?all, la formula che dice al destinatario di non trarre conclusioni: per quei domini lo SPF non protegge e non aiuta la consegna. In un caso, un'impresa edile campana, il record autorizza un server dopo la voce -all, e lo standard stabilisce che i meccanismi scritti dopo all non vengono mai valutati (RFC 7208, sezione 5.1): quell'autorizzazione è come se non ci fosse.

Questi numeri non dicono che le notifiche di quei siti finiscano nello spam: per saperlo servirebbe un invio di prova, che non abbiamo fatto. Dicono che la parte del sito che trasporta i contatti, la posta, è quella che si guarda meno, anche in aziende che hanno investito abbastanza da stare in prima pagina. Un record DMARC con l'indirizzo per i report aggregati (rua) è anche il modo più economico per scoprire quali server spediscono a tuo nome, server del sito compreso, e se passano i controlli. Su cosa Google segnala davvero della sicurezza di un sito, e cosa no, c'è un approfondimento sulla sicurezza del sito web.

Il filtro anti-spam che scarta i clienti

Il problema opposto è un filtro troppo severo sul modulo. reCAPTCHA v3, il sistema di Google usato da molti moduli, non mostra più il riquadro da spuntare: assegna a ogni invio un punteggio da 0,0, quasi certamente un bot, a 1,0, quasi certamente una persona, e lascia al sito la scelta della soglia. La documentazione di Google suggerisce di partire da 0,5. Una soglia alzata dopo un'ondata di spam scarta anche le persone vere che ricevono un punteggio basso, e il cliente scartato non riceve nessun messaggio d'errore utile: semplicemente non lo ricontatta nessuno.

Il controllo è mensile e dura cinque minuti: apri la cartella dei messaggi bloccati, se il plugin la tiene, e leggili. Se tra i bloccati c'è anche una sola richiesta di preventivo vera, la soglia va abbassata o il filtro va cambiato.

Telefono e WhatsApp, i contatti che nessun modulo registra

Non tutti i contatti passano dal modulo, e i siti lo sanno: nelle prime pagine del nostro campione cinque risultati aziendali mettono il numero di telefono direttamente nella descrizione che compare su Google. Una telefonata persa però non lascia traccia. Nessun report la conta come contatto mancato.

  • Il numero è cliccabile da smartphone, con un link tel:, in testata e nella pagina contatti?
  • Chi risponde tra le 13 e le 14, e dopo le 18?
  • C'è una segreteria? Chi la ascolta, e entro quando?
  • Il pulsante WhatsApp porta a un numero che qualcuno guarda durante il giorno?

Il clic sul numero e sul pulsante WhatsApp si misura come evento in Google Analytics, di solito passando da Google Tag Manager. Il clic non è la telefonata, ma dice quante persone hanno provato a chiamare, e il confronto con le chiamate ricevute misura quelle perse. Cosa Analytics registra e cosa no è spiegato nella guida a Google Analytics.

Quanto conta rispondere entro un'ora

Lo studio più citato sul tema è uscito su Harvard Business Review nel marzo 2011, firmato da James Oldroyd, Kristina McElheran e David Elkington. Gli autori hanno mandato una richiesta di prova dal sito a 2.241 aziende statunitensi e misurato quanto ci mettevano a rispondere.

Tempo di risposta alla richiesta di provaQuota di aziende
Entro un'ora37%
Fra una e 24 ore16%
Oltre 24 ore24%
Nessuna risposta23%
Campione di 2.241 aziende statunitensi. Fonte: Oldroyd, McElheran ed Elkington, Harvard Business Review, 2011.

Tra le aziende che hanno risposto entro 30 giorni, il tempo medio era di 42 ore. Su un secondo campione, 1,25 milioni di lead ricevuti da 29 aziende B2C e 13 B2B negli Stati Uniti, chi ricontattava entro un'ora aveva quasi sette volte più probabilità di qualificare il contatto di chi lo faceva anche solo un'ora dopo, e oltre 60 volte più di chi aspettava 24 ore o più.

È un dato americano di quindici anni fa, e per l'Italia una rilevazione paragonabile non esiste. Il meccanismo però non dipende dal paese: chi chiede un preventivo dal sito può averlo chiesto anche ad altri, e chi richiama per primo parte avvantaggiato. In pratica la notifica deve arrivare a una persona che la legge durante l'orario di lavoro, non a una casella info@ aperta il giorno dopo, e la conferma automatica deve dire al cliente entro quando sarà richiamato. Se le richieste finiscono in un CRM, il tempo fra arrivo e primo contatto diventa un numero che si può controllare ogni settimana: su quali strumenti lo fanno bene c'è il confronto sui CRM che collegano i contatti al fatturato.

Quando i contatti arrivano ma sono quelli sbagliati

L'ultimo caso è il più ingannevole: il modulo funziona, le richieste arrivano, ma non sono clienti. A novembre 2025 un installatore di impianti fotovoltaici che seguiamo con Google Ads ci ha segnalato telefonate e moduli di persone convinte di scrivere al GSE, il Gestore dei Servizi Energetici. Una delle richieste chiedeva perché non arrivassero più i pagamenti degli incentivi. Le campagne intercettavano ricerche come «gse fotovoltaico», «gse conto termico» e «gse numero verde», vicine al tema ma fatte da chi voleva parlare con l'ente. Le abbiamo escluse una per una: 56 parole chiave negative contenenti GSE. Nei giorni successivi le richieste si sono fermate per tre giorni, poi hanno ripreso.

Due cose da portarsi via. La prima: il totale dei contatti mente, conta solo quello dei contatti utili, e lo si costruisce leggendo il testo delle richieste, come ha fatto la responsabile clienti dell'azienda. La seconda: le ricerche che portano richieste sbagliate costano come le altre, e nel caso degli incentivi sono tante, come si vede dai costi per clic nell'articolo sulla generazione di lead per termoidraulici. Per una struttura piccola il controllo dei termini di ricerca va fatto ogni settimana nei primi mesi: è uno dei punti che trattiamo nella guida a Google Ads per PMI e nella gestione delle campagne Google Ads.

Se il tragitto è pulito, il problema è a monte

Se il test di invio passa, il DNS è in ordine, il filtro non scarta nessuno e le risposte partono entro l'ora, allora il sito non genera contatti per i motivi di cui parlano tutti: il traffico che arriva non cerca quello che vendi, oppure la pagina non gli dà ragioni per scrivere. Lì il lavoro cambia. Le ricerche commerciali che ancora non presidi si trovano con una keyword research fatta sui dati che hai già; la pagina che deve raccogliere la richiesta si costruisce come una landing page B2B, con l'offerta in prima riga e i campi che il commerciale chiede comunque alla prima telefonata. Se il traffico è poco, le leve sono quelle messe in ordine di tempi e costi in come aumentare le visite al sito. E se i contatti arrivano ma i conti non tornano, il problema è un altro ancora, e si legge voce per voce in quando il sito non vende o vende in perdita.

Mettere in fila questi passaggi, dal tracciamento alle pagine fino alle campagne, è il lavoro che facciamo nei progetti di lead generation, e partiamo sempre dall'invio di prova.

L'allarme che quasi nessuno imposta

C'è un controllo che costa dieci minuti e che nessuna delle guide italiane lette per questo articolo cita: un avviso quando le richieste si fermano. Un'azienda che riceve in media due richieste al giorno e ne vede zero per tre giorni lavorativi di fila ha un guasto, non una settimana storta: se le richieste arrivano a caso con quella media, la probabilità di tre giorni vuoti è circa lo 0,25% (e alla meno sei, secondo la distribuzione di Poisson). Nel caso del fotovoltaico se n'è accorta una persona che legge la casella ogni giorno; in molte aziende quella persona non c'è, e il buco emerge a fine mese, quando le richieste perse sono già andate a un concorrente. Basta un conteggio giornaliero delle conversioni e una regola scritta: se per due giorni lavorativi è zero, qualcuno compila il modulo e controlla dove va a finire.

Domande frequenti

Perché il mio sito non riceve richieste di contatto?

Dipende da dove si perdono. Prima di lavorare su traffico e pagine verifica che le richieste non si perdano dopo l'invio: invia una richiesta di prova da Gmail e da Outlook, controlla la posta indesiderata e i record SPF e DMARC del dominio. Se il tragitto è pulito, il problema è nel traffico, che non cerca ciò che vendi, o nella pagina, che non dà ragioni per scrivere.

Come faccio a sapere se il modulo contatti funziona?

Scrivendogli. Invia richieste di prova da indirizzi Gmail e Outlook, dallo smartphone in 4G, e annota quando e dove arriva la notifica. Rispondi alla notifica per vedere se la risposta va al cliente. Su WordPress, se usi Contact Form 7, installa un plugin come Flamingo che salva le richieste nel database: Contact Form 7 da solo non ne conserva copia.

Perché le email del modulo di contatto finiscono nello spam?

Di solito perché il server del sito spedisce a nome del tuo dominio senza essere autorizzato nel record SPF e senza firma DKIM. Dal 1° febbraio 2024 Gmail chiede a tutti i mittenti di autenticare la posta con SPF o DKIM. Nel nostro controllo su 41 siti aziendali italiani in prima pagina, 6 avevano uno SPF assente o neutro e 40 non avevano una politica DMARC che blocca.

Entro quanto tempo bisogna rispondere a un contatto arrivato dal sito?

Entro un'ora, quando si può. Nello studio pubblicato su Harvard Business Review nel 2011 su aziende statunitensi, chi ricontattava entro un'ora aveva quasi sette volte più probabilità di qualificare il lead rispetto a chi lo faceva un'ora dopo. Solo il 37% delle 2.241 aziende testate rispondeva entro un'ora, e il 23% non rispondeva mai. Per l'Italia un dato paragonabile non esiste.

Devo rifare il sito se non genera contatti?

No, non come primo passo. Un rifacimento non ripara un modulo che non consegna, un record SPF sbagliato o una casella che nessuno legge, e cambia tante variabili insieme da rendere impossibile capire cosa ha funzionato. Prima si controlla il tragitto della richiesta, poi le query che portano traffico, poi le due o tre pagine che ricevono più visite commerciali.

Matteo Pellegrini

Matteo Pellegrini

Sono un business developer e in Visilay mi occupo di sviluppare strategie SEO, Google Ads e CRO basate sui dati. Amo i musei storici, pratico Karate da quando ho memoria e il weekend mi piace visitare i borghi italiani in cerca di cibo nostrano.