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SEO Shopify: cosa fa la piattaforma da sola e cosa no (test su 15 negozi italiani)

Autore: Matteo Pellegrini

La SEO per Shopify è il lavoro su collezioni, schede prodotto, testi, link interni e versioni linguistiche di un negozio Shopify per farlo trovare su Google: sitemap, robots.txt, canonical e certificato SSL li gestisce già la piattaforma. Nel nostro test su 15 negozi italiani su Shopify in prima pagina (9 ottobre 2026), i problemi stavano altrove: 6 negozi su 15 linkavano i prodotti da un URL duplicato, 5 collezioni su 9 avevano il title oltre i 60 caratteri e 3 negozi hanno mandato il nostro crawler, che non partiva dall'Italia, su un'altra lingua.

Shopify vende bene l'idea che la SEO "sia già inclusa".

Ed è vero, per metà.

La metà tecnica di base funziona da sola, senza toccare niente. L'altra metà dipende dal tema, dalle impostazioni di Markets e da quello che scrivi nei campi. E lì si vedono sempre gli stessi errori:

  • si lascia il tema linkare i prodotti con un indirizzo che Google deve poi scartare;
  • si accettano i title che il tema allunga da solo con il nome del negozio;
  • si attivano le lingue e il reindirizzamento automatico senza controllare cosa vede chi arriva da fuori Italia.

Le guide italiane in prima pagina su "SEO Shopify" ripetono la checklist generica (title, meta, alt, blog). Nessuna di quelle che abbiamo letto mostra come Shopify gestisce davvero URL annidati, filtri e hreflang di Markets, né l'ha misurato. Per questo siamo andati a guardare nel codice di 15 negozi veri.

Lo facciamo anche sui negozi che seguiamo. Scovaventi, azienda agroalimentare, aveva un negozio con visite ma senza vendite: con il nuovo e-commerce su Shopify e le campagne ha chiuso dodici mesi con oltre 77.000 € di vendite e un carrello medio di 190 €.

Bosatta vende ricambi in quattro mercati (Italia, Spagna, Francia, Germania) ed è passata su Shopify da un CMS ormai vecchio: 240.000 € di vendite in un anno e 127 richieste da rivenditori e officine.

E cosa c'entrano con la SEO di Shopify?

Un negozio in più lingue e quattro mercati è esattamente il caso in cui hreflang e reindirizzamenti automatici decidono quale versione vede Google. Ci arriviamo nella sezione su Markets, con i numeri.

Qui trovi:

  • cosa fa Shopify da sola e cosa resta a te, con la documentazione ufficiale;
  • il test su 15 negozi italiani, con il metodo per rifarlo;
  • i tre punti dove Shopify sbaglia senza dirtelo: URL dei prodotti, filtri e lingue;
  • come migrare su Shopify senza perdere posizioni.

Delle app SEO abbiamo già scritto a parte, con il test su 13 schede prodotto e 8 app confrontate: qui non le ripetiamo.

Partiamo.

Cosa fa Shopify da sola per la SEO (e cosa ti lascia da fare)

Shopify genera sitemap, robots.txt, tag canonical e hreflang senza che tu faccia niente, e ti dà i campi per title, meta description e URL di ogni prodotto, collezione e pagina. Non ti lascia invece cambiare la struttura degli indirizzi: /products/, /collections/, /pages/ e /blogs/ sono fissi.

È la differenza principale con WordPress, che in Italia è sul 75,1% dei siti .it con CMS riconosciuto contro il 4,0% di Shopify, secondo W3Techs (dato dell'8 ottobre 2026). Il confronto completo tra piattaforme è nella nostra guida ai migliori CMS per la SEO.

ElementoCosa fa Shopify da solaCosa resta a te
Sitemap.xmlLa genera e la aggiorna, divisa per tipo di contenutoInviarla in Search Console, una per dominio
robots.txtFile predefinito, modificabile solo con il modello robots.txt.liquidDecidere se bloccare i filtri singoli (vedi sotto)
CanonicalLo stampa il tema con l'oggetto canonical_url; filtri e URL annidati puntano alla pagina principaleControllare che i link interni puntino alla versione canonica
hreflangAutomatici con Markets, tramite content_for_headerVerificare quante alternative dichiari e i reindirizzamenti per lingua
Redirect 301Manuali o da CSV, fino a 100.000 (20 milioni su Plus)Mapparli prima di una migrazione
Struttura URLPrefissi fissi: /products/, /collections/, /pages/, /blogs/Scegliere bene l'handle, perché il prefisso non cambia
Title e meta descriptionUn campo per contenuto: fino a 70 caratteri nel title, 160 consigliati nella descrizioneTogliere il nome del negozio che il tema aggiunge in coda
Dati strutturatiDipendono dal temaEvitare che tema e app scrivano due Product

Una novità che nelle guide non c'è ancora.

Il robots.txt predefinito che Shopify serve oggi si apre con un blocco di commenti rivolto agli agenti AI: rimanda a un file agents.md e a un endpoint UCP/MCP per catalogo, carrello e checkout, e avverte che il pagamento richiede l'approvazione di una persona. Lo abbiamo letto su due negozi del campione il 9 ottobre 2026, con 50 righe Disallow ciascuno. Cosa significa per chi vende lo trovi nella guida all'agentic commerce.

Il test: 15 negozi italiani su Shopify in prima pagina (metodo e risultati)

Su 15 negozi italiani su Shopify che compaiono nella prima pagina di Google, la parte gestita dalla piattaforma era sempre a posto: canonical presente su tutte le collezioni, filtri ricondotti alla collezione principale. Gli scostamenti erano tutti nel tema e nelle impostazioni.

Il metodo, così lo puoi rifare.

Il 9 ottobre 2026 abbiamo letto con DataForSEO i risultati organici di Google Italia da mobile per sette ricerche: cosmetici naturali online, costumi da bagno donna, borse in pelle artigianali, profumi di nicchia online, accessori per cani online, abbigliamento sostenibile donna, integratori naturali online. Dei 35 domini di negozi e marchi controllati, 15 erano su Shopify (riconosciuti dall'endpoint pubblico /products.json). Per ognuno abbiamo aperto una collezione con JavaScript eseguito e contato i link ai prodotti, poi abbiamo controllato canonical, filtri, /collections/all e hreflang. Dopo poche decine di richieste Shopify ha iniziato a rispondere 429 (troppe richieste) al nostro server: per questo alcuni controlli sono su un sottoinsieme, indicato in tabella.

ControlloRisultatoNegozi controllati
Collezione con canonical verso sé stessa15 su 1515
Griglia prodotti che linka /collections/…/products/6 su 1515
URL annidato con canonical verso /products/4 su 44
Filtro singolo (?filter.v.availability=1) con canonical alla collezione2 su 22
Title della collezione oltre 60 caratteri5 su 9 (in 3 basta il nome del negozio in coda a farlo sforare)9
/collections/all indicizzabile (200, canonical a sé stessa, senza noindex)6 su 66
/collections/all con il title predefinito "Prodotti" o "Products"5 su 66
/collections/all senza meta description4 su 66
Collezione con tag hreflang10 su 14 (2 con oltre 240 alternative)14
Visitatore non italiano mandato su un'altra lingua3 su 15 (1 su una pagina noindex)15

Che cosa dice questa tabella?

Che nel test il canonical di Shopify non ha mai sbagliato. Sbagliava quello che gli sta intorno.

Non citiamo i negozi uno per uno: sono siti pubblici, ma il punto non è chi sbaglia. È che gli stessi errori tornano in settori diversi, dai costumi agli integratori, perché nascono dalle stesse impostazioni del tema.

L'URL doppio dei prodotti: /collections/…/products/ (e perché il canonical non basta)

Su Shopify ogni prodotto risponde a più indirizzi: quello principale, /products/nome, e uno per ogni collezione in cui compare, /collections/nome-collezione/products/nome. Il secondo nasce dal filtro Liquid within, e la documentazione di Shopify stessa avverte che le due pagine hanno lo stesso contenuto su indirizzi diversi.

Nel test la gestione era corretta: 4 URL annidati su 4 dichiaravano il canonical verso /products/. Anche in un negozio il cui tema non linka mai la versione annidata, quell'indirizzo rispondeva 200: il duplicato esiste comunque, che tu lo usi o no.

Il problema è il link.

In 6 negozi su 15 la griglia della collezione puntava agli URL annidati. In uno, un negozio di integratori, i link annidati erano 92 e quelli diretti zero; in un negozio di moda mare, 50 contro zero.

Così il negozio dice a Google due cose diverse: il canonical indica /products/, i link interni indicano /collections/…/products/. Google, nella sua guida agli URL duplicati, chiede proprio il contrario: nei link interni va usato l'URL canonico, non un duplicato.

Ma se il canonical c'è, che danno fa?

Non è una penalizzazione. Il canonical è un suggerimento, e i link interni sono un altro segnale: quando i due non coincidono, Googlebot scansiona più indirizzi per lo stesso prodotto e la scelta della versione da indicizzare diventa meno prevedibile. Su un catalogo da 500 prodotti presenti in tre collezioni ciascuno sono 1.500 URL in più da visitare.

La correzione sta in una riga del tema. Nello snippet della scheda prodotto (spesso card-product.liquid o product-grid-item.liquid) cerca product.url | within: collection e sostituiscilo con product.url. Il breadcrumb lo perdi solo se lo costruivi dall'URL.

Le varianti funzionano allo stesso modo. Gli URL con ?variant= hanno di default il canonical sul prodotto principale, come ricorda Ahrefs nella sua guida a Shopify: se una variante ha una domanda di ricerca sua (un colore molto cercato, un formato), deve diventare un prodotto a sé. Il tema dei duplicati in generale lo trovi nella guida ai contenuti duplicati.

Quale URL linka il tuo tema?

Hai appena visto che 6 negozi su 15 linkano i prodotti dall'indirizzo che Google deve scartare, e che il title delle collezioni sfora in più di metà dei casi. Controlliamo il tuo tema sugli stessi punti del test e ti diciamo quali correzioni valgono il tempo dello sviluppatore e quali no.

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Filtri, tag e /collections/all: le pagine che Shopify crea senza chiedertelo

Il robots.txt predefinito di Shopify blocca le collezioni ordinate (sort_by), le combinazioni di tag con il "+" e le combinazioni di due o più filtri. Non blocca un filtro singolo né un tag singolo: quegli indirizzi restano scansionabili e si affidano al canonical.

Nel test i due filtri singoli controllati avevano il canonical alla collezione principale. Per Google va bene, ma con un limite che spiega nella sua pagina sulla navigazione a faccette (aggiornata a dicembre 2025): il canonical può ridurre nel tempo la scansione delle versioni filtrate, ma sul lungo periodo il blocco nel robots.txt è più efficace.

Quindi blocco tutti i filtri?

No. Prima chiediti quali filtri corrispondono a una ricerca vera.

"Costumi interi donna" è una ricerca, e uno dei negozi del test infatti non la affida a un filtro: ha una collezione dedicata, con URL suo, title e testo. "Disponibile: sì" non è una ricerca. La regola che usiamo è semplice:

  • il filtro corrisponde a una keyword con volume → diventa una collezione vera, con URL, title e testo;
  • il filtro serve solo a chi naviga → resta filtro, e se il catalogo è grande lo blocchi nel robots.txt.liquid.

Attenzione al file: Shopify scrive che modificarlo è una personalizzazione non supportata e che "l'uso non corretto di questa funzionalità può causare la perdita di tutto il traffico" (Centro assistenza Shopify). Aggiungi regole al modello, non sostituirlo con un testo fisso. La sintassi la trovi nella nostra guida al robots.txt.

Poi c'è /collections/all.

È il catalogo intero che Shopify crea da sola. In 6 negozi su 6 era indicizzabile, in 5 aveva il title predefinito "Prodotti" (o "Products") e in 4 non aveva meta description. Se la usi come pagina "Shop", dalle un title e un testo; se nessuno la linka, toglila dal menu e lasciala com'è, ma non farla diventare la pagina che si posiziona al posto delle collezioni. Quanto pesano le categorie rispetto alle schede lo abbiamo misurato nella guida alle pagine di categoria: su sette query, il 62% della prima pagina era una categoria.

Il title che il tema allunga da solo (5 collezioni su 9 oltre 60 caratteri)

Shopify ti lascia scrivere fino a 70 caratteri nel title e consiglia di restare entro i 60 per non vederlo tagliato in SERP (Centro assistenza Shopify). Molti temi però aggiungono in coda il nome del negozio, e il conto salta senza che tu lo veda nel campo.

Nel test 5 title di collezione su 9 superavano i 60 caratteri, da 67 a 87. Tutti e 5 finivano con " – Nome del negozio", attaccato dal tema, e in 3 casi senza quel suffisso sarebbero rientrati nei 60 caratteri.

La correzione si fa una volta per tutte in theme.liquid: il tema aggiunge shop.name solo se il title non lo contiene già. Basta una condizione, oppure togliere il suffisso e scrivere il marchio a mano dove serve.

E il testo della collezione?

Lì il test dice una cosa incoraggiante. In 3 collezioni su 9 c'era un testo vero sotto la griglia, con sottotitoli H2 e in un caso le domande frequenti: è quello che distingue una collezione che si posiziona da una vetrina. Due collezioni su 9 invece non avevano nemmeno un H1.

Come scegliere le parole su cui scrivere quel testo lo spieghiamo nella guida alle parole chiave per ecommerce.

Shopify Markets e lingue: hreflang automatici, reindirizzamenti da controllare

Con Shopify Markets gli hreflang li aggiunge la piattaforma, in automatico, e si aggiornano quando cambi domini o lingue di un mercato. Shopify consiglia di partire dalle sottocartelle (/en/, /de/) perché usano il dominio principale e ne ereditano l'autorità.

Nel test 10 collezioni su 14 avevano tag hreflang. In 8 erano da 3 a 18, come ci si aspetta. In 2 erano 242 e 309: una alternativa per quasi ogni combinazione di lingua e paese attivata in Markets. Non è un errore in sé, ma ogni pagina dichiara centinaia di versioni da verificare, e basta un mercato rimosso senza redirect per riempire Search Console di errori. Come si leggono lo trovi nella guida agli hreflang.

E poi c'è il dato più interessante del test.

3 negozi su 15 hanno mandato il nostro crawler, che non partiva dall'Italia, su un'altra versione linguistica: da /it-it/ a /en-de/, da /collections/ a /en-us/collections/, da /collections/ a /en/collections/. In un caso la versione di arrivo aveva il meta robots "noindex, nofollow".

Ma Googlebot non è il nostro crawler.

Vero, e non sappiamo cosa abbia visto Googlebot su quei negozi. Sappiamo però che Google scrive che gli indirizzi IP predefiniti di Googlebot risultano negli Stati Uniti (guida alle pagine adattive per località). E Shopify, nella pagina sul reindirizzamento automatico, non dice come tratta i crawler: dice solo che i clienti dell'Unione Europea non vengono reindirizzati all'interno dell'UE.

Quindi il controllo da fare è semplice: apri le collezioni principali con lo strumento di controllo URL di Search Console e guarda quale lingua vede Google. Se vede l'inglese al posto dell'italiano, il reindirizzamento automatico va spento o sostituito da un banner che propone la lingua senza spostare l'utente.

Su un negozio come Bosatta, con quattro mercati e campagne separate per privati e rivenditori in ciascuno, è il controllo da rifare dopo ogni modifica alle lingue: otto combinazioni di campagne servono a poco se Google indicizza la lingua sbagliata.

Migrare su Shopify senza perdere posizioni (i prefissi fissi cambiano tutti gli URL)

Passare a Shopify da WooCommerce, PrestaShop o Magento cambia quasi tutti gli indirizzi del negozio, perché i prefissi /products/ e /collections/ non si possono togliere. Ogni vecchio URL che portava traffico ha bisogno di un redirect 301 verso il nuovo.

Shopify ne accetta fino a 100.000 importandoli da CSV, e 20 milioni sul piano Plus (Centro assistenza Shopify). Il limite raramente è il problema. Il problema è la mappa.

L'ordine che seguiamo:

  1. esporta da Search Console le pagine con clic e impression degli ultimi 16 mesi, non solo quelle della sitemap;
  2. abbina ogni vecchio URL al nuovo: prodotto con prodotto, categoria con collezione, mai tutto verso la home;
  3. importa il CSV prima di cambiare i DNS, così il giorno del passaggio i redirect sono già attivi;
  4. dopo il lancio controlla i 404 in Search Console ogni settimana per il primo mese.

È la parte che di solito si sottovaluta di più, perché il giorno del lancio il negozio funziona e i 404 si vedono solo settimane dopo. Come impostare i redirect lo spieghiamo nella guida al redirect 301; il resto del processo nella guida alla SEO quando rifai il sito. Se invece stai decidendo tra le due piattaforme, leggi anche la SEO per WooCommerce.

Dati strutturati, velocità e app: cosa abbiamo già misurato

Sui dati strutturati e sulle app il quadro lo abbiamo già fatto nel test sulle app SEO per Shopify, e qui non lo ripetiamo. Il risultato in breve: su 13 schede prodotto di negozi italiani su Shopify, 2 descrivevano lo stesso prodotto più di una volta nei dati strutturati, tipicamente perché tema e app scrivono ciascuno il loro Product, e 8 avevano immagini senza alt.

Per i dati strutturati in generale c'è la guida allo schema markup. Per la velocità, che su Shopify dipende soprattutto da tema e app installate, la guida al page speed.

E se vendi su Shopify con le campagne Shopping, il feed prodotti decide quanto vedi su Google tanto quanto la SEO: lo spieghiamo nella guida a Google Ads per ecommerce.

Sitemap, canonical e robots.txt li fa Shopify.

I link della griglia devono puntare a /products/.

Il title lo scrivi tu, ma il tema lo allunga.

Un filtro con domanda diventa una collezione.

Con Markets, controlla quale lingua vede Google.

Quello che nel settore si dice poco è che su Shopify la SEO tecnica non si decide sulla piattaforma ma sul tema. I 15 negozi del test usano lo stesso Shopify: quelli che linkano gli URL doppi, allungano i title o reindirizzano per lingua lo fanno per una scelta del tema o di Markets, non della piattaforma. Quindi la decisione SEO più importante, su Shopify, la prende chi sceglie e configura il tema, spesso prima che qualcuno pensi alla SEO. E il robots.txt di Shopify che parla agli agenti AI dice che il prossimo visitatore da accontentare non sarà solo Googlebot.

Se vuoi che guardiamo il tuo negozio sugli stessi controlli del test, partiamo dalla SEO; se il tema è da rifare, lo seguiamo anche nello sviluppo su Shopify. Il quadro generale sui negozi online, dalle categorie ai filtri, è nella guida alla SEO per ecommerce.

Alla prossima!

Domande frequenti

Shopify è buono per la SEO?

Dipende da cosa vendi e da come configuri il tema. La piattaforma gestisce bene sitemap, canonical, robots.txt e hreflang: nel nostro test su 15 negozi italiani il canonical era corretto in tutte le collezioni. I limiti sono gli URL con prefissi fissi e le scelte del tema, come i link agli URL annidati che abbiamo trovato in 6 negozi su 15.

Shopify gestisce la SEO in automatico?

No. Gestisce in automatico la parte tecnica di base, cioè sitemap, robots.txt, canonical, SSL e hreflang con Markets. Title, meta description, testi delle collezioni, link interni, filtri da trasformare in collezioni e redirect restano a te.

Si possono togliere /products/ e /collections/ dagli URL di Shopify?

No. I prefissi /products/, /collections/, /pages/ e /blogs/ sono fissi e non si possono rimuovere. Puoi scegliere solo l'handle, cioè la parte finale dell'indirizzo. Per questo una migrazione verso Shopify richiede quasi sempre un redirect 301 per ogni vecchio URL con traffico.

Devo bloccare i filtri di Shopify nel robots.txt?

Dipende dalla dimensione del catalogo. Il robots.txt predefinito blocca già le combinazioni di due o più filtri e gli ordinamenti; i filtri singoli restano scansionabili con il canonical verso la collezione. Se un filtro corrisponde a una ricerca vera, trasformalo in una collezione; se il catalogo è grande e i filtri singoli sono migliaia, puoi bloccarli dal modello robots.txt.liquid, con attenzione, perché Shopify avverte che un errore può far perdere tutto il traffico.

Gli URL /collections/nome/products/ creano contenuti duplicati?

Sì, ma gestiti. Ogni prodotto risponde anche all'indirizzo dentro ogni collezione, e Shopify mette il canonical verso /products/: nel test lo faceva in 4 URL annidati su 4. Il problema nasce quando il tema linka proprio quella versione, perché canonical e link interni danno a Google indicazioni diverse.

Quanto tempo serve per vedere risultati SEO su Shopify?

Dipende da quanto è nuovo il dominio e da quanta concorrenza c'è sulle collezioni che vuoi posizionare, non dalla piattaforma. Le correzioni tecniche del tema si vedono nella scansione in poche settimane; il traffico sulle collezioni richiede mesi. Tempi e fattori li trovi nella nostra guida su quanto ci vuole per vedere i risultati della SEO.

Matteo Pellegrini

Matteo Pellegrini

Sono un business developer e in Visilay mi occupo di sviluppare strategie SEO, Google Ads e CRO basate sui dati. Amo i musei storici, pratico Karate da quando ho memoria e il weekend mi piace visitare i borghi italiani in cerca di cibo nostrano.