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SEO su Webflow: cosa fa da solo e cosa resta da impostare (test su 15 siti italiani)

Autore: Matteo Pellegrini

La SEO su Webflow è la parte di configurazione che la piattaforma lascia a chi gestisce il sito: sitemap, certificato SSL, redirect 301 e campi per title e meta description sono già pronti, mentre tag canonical, lingua del codice, dati strutturati e regole per i crawler vanno attivati a mano nelle impostazioni. Nel nostro test del 9 ottobre 2026 su 75 pagine di 15 siti italiani costruiti con Webflow, la meta description c'era nell'83% dei casi, ma 4 siti su 15 non avevano nessun tag canonical e 8 non avevano dati strutturati in nessuna delle pagine controllate.

Su Webflow, insomma, i testi sono a posto. Sono le impostazioni a restare vuote.

E chi lo usa in Italia di solito non è un hobbista: nel nostro campione Webflow è il CMS di startup, software house e agenzie di design.

Lo usa lo 0,8% di tutti i siti del mondo e l'1,2% di quelli con un CMS riconoscibile, secondo W3Techs (ottobre 2026). Nei dati di Chrome raccolti da HTTP Archive ad agosto 2026 i siti Webflow visitati dall'Italia sono 1.655, contro 156.792 su WordPress: uno ogni 95.

E le istruzioni, dove le trova chi lo usa?

In inglese. Per "seo webflow" la prima pagina di Google Italia, nel nostro rilevamento del 9 ottobre da mobile, mostra Omnius, Creative Corner Studio, Flow Samurai, video di YouTube e un'unica guida in italiano, con evidenti segni di traduzione automatica e senza un solo dato.

Così gli errori si ripetono uguali:

  • il canonical globale mai impostato, perché "Webflow fa già tutto da solo";
  • l'attributo lang assente o in inglese su siti scritti in italiano;
  • la sitemap spenta, a volte dichiarata nel robots.txt ma introvabile;
  • nessun dato strutturato, perché su Webflow non c'è un plugin che li aggiunga.

Anche noi ci siamo passati. Nel 2024 avevamo avviato il rifacimento del sito Visilay su Webflow, con lingue e CMS già organizzati, e ci siamo fermati prima del lancio: per competenze e gestione interna abbiamo scelto di restare su WordPress. Per chiudere il piano del sito abbiamo dovuto prima disattivare la funzione multilingua, un dettaglio che nessuna guida racconta.

Il metro con cui giudichiamo un sito, qualunque CMS usi, viene dai progetti che seguiamo. Su Macropix, produttore milanese di schermi LED, ogni linea di prodotto ha una pagina sua, e su "monitor pubblicitario" il sito è passato dalla posizione 88 alla 2 (il caso completo è nella guida alla SEO per l'industria manifatturiera).

Su Sunscape, che sviluppa impianti fotovoltaici, abbiamo costruito un'architettura di pagine per regione: in sei mesi le impression organiche sono salite da 329 a 5.809 al mese.

E cosa c'entra con Webflow?

C'entra perché tutti e due i risultati poggiano su una base tecnica pulita: un indirizzo per ogni pagina, la lingua giusta, una sitemap che Google legge. Sono esattamente le impostazioni che nel test abbiamo trovato spente.

Qui trovi:

  • cosa fa Webflow da solo e cosa no, con le pagine della documentazione ufficiale;
  • i risultati del test su 75 pagine italiane, voce per voce;
  • come sistemare canonical, lingua, sitemap e redirect dal pannello;
  • come aggiungere i dati strutturati senza plugin;
  • quando Webflow non basta e conviene un altro CMS.

Partiamo.

Webflow va bene per la SEO? (sì, se apri le impostazioni giuste)

Sì: Webflow produce codice pulito, genera la sitemap, include l'SSL e lascia scrivere title, meta description, slug e testo alternativo senza plugin. Il punto è che diverse funzioni SEO esistono ma non si attivano da sole.

Il caso più chiaro è il canonical. La guida ufficiale ai tag canonical, aggiornata a maggio 2026, dice che il tag globale si imposta in Site settings, alla voce SEO, inserendo l'indirizzo base del sito con il protocollo. Se manca o è configurato male, avverte la stessa pagina, i motori di ricerca possono scegliere da soli l'URL preferito.

Ecco come si dividono i compiti:

ElementoCosa fa WebflowCosa devi fare tu
Sitemap XMLLa genera in automatico se l'opzione è attivaVerificare che sia accesa e inviarla a Google Search Console
Certificato SSLIncluso nell'hosting WebflowNiente, salvo controllare il dominio collegato
Tag canonicalCampo globale e campo per pagina statica, vuoti finché non li compiliImpostare l'URL globale con il protocollo
Title e meta descriptionCampi in ogni pagina e nei modelli del CMSScriverli, e nel CMS collegarli a campi dedicati
Lingua e hreflangAutomatici con il modulo Localization, nel codice e nella sitemapControllare l'attributo lang sui siti in una lingua sola
Redirect 301Pannello con caratteri jolly e import CSV, su piano a pagamentoMappare ogni indirizzo cambiato
Dati strutturatiNessuno di defaultAggiungerli con codice personalizzato, campi CMS o Webflow AI (come si fa senza duplicarli)
Robots.txt e crawler AIModificabile; motori e bot AI passano di defaultDecidere quali crawler bloccare
Sottodominio .webflow.ioOpzione "Staging indexing" per escluderloSpegnerla, su piano a pagamento
Fonti: Help Center Webflow, pagine aggiornate tra aprile e settembre 2026. Elaborazione Visilay del 9 ottobre 2026.

Il test: 15 siti italiani su Webflow, 75 pagine (e un errore su cinque sta nelle impostazioni)

Il test si rifà in un'ora. Il 9 ottobre 2026 abbiamo controllato oltre 140 domini di aziende e startup italiane, abbiamo tenuto solo quelli che servono pagine generate da Webflow (riconoscibili dall'attributo data-wf-site nel codice) e per ognuno abbiamo scaricato la home e cinque pagine prese dalla sitemap. Tre siti non avevano una sitemap raggiungibile e li abbiamo analizzati sulla sola home.

Totale: 15 siti e 75 pagine. Dentro ci sono software house B2B, fintech, piattaforme di salute mentale, una legaltech, un sito editoriale, un'agenzia di design e un portfolio personale. Le sitemap andavano da 18 a 16.716 indirizzi.

ControlloRisultatoQuota
Sitemap XML raggiungibile12 siti su 1580%
Robots.txt presente13 siti su 1586,7%
Nessun tag canonical16 pagine su 75, in 4 siti21,3%
Canonical verso un altro dominio6 pagine su 75, in 1 sito8%
Meta description assente o vuota13 pagine su 7517,3%
Title vuoto2 pagine su 75, in 1 sito2,7%
Un solo H148 pagine su 7564%
Nessun H112 pagine su 7516%
Due o più H115 pagine su 7520%
Attributo lang assente3 siti su 1520%
Lang inglese su testo italiano2 siti su 1513,3%
Tag hreflang presenti9 siti su 1560%
Pagine con dati strutturati JSON-LD31 pagine su 7541,3%
Siti senza dati strutturati in nessuna pagina8 siti su 1553,3%
Pagine noindex dentro la sitemap3 pagine, in 2 sitin.a.
Immagini con alt vuoto2.691 su 3.63774%
Immagini con lazy loading3.287 su 3.63790,4%
Crawler AI nominati nel robots.txt1 sito su 156,7%
Test Visilay del 9 ottobre 2026. Home più cinque pagine della sitemap per sito (solo la home per i 3 siti senza sitemap), HTML scaricato senza eseguire JavaScript. Siti anonimi.

Il campione è piccolo e lo diciamo subito: 15 siti non sono una statistica nazionale, e sono quasi tutti siti curati da team con un designer dedicato.

Proprio per questo il confronto con il test che abbiamo fatto lo stesso giorno su Squarespace è istruttivo. Lì la meta description mancava nell'81% delle pagine e solo il 30% aveva un unico H1. Su Webflow la description manca nel 17,3% e l'H1 unico arriva al 64%.

Gli errori non spariscono: si spostano dai testi alla configurazione, dove li vede solo chi apre il codice.

Canonical su Webflow: il campo che resta vuoto (e il sito che punta a un altro dominio)

Il tag canonical è la riga di codice che dice a Google qual è l'indirizzo principale di una pagina quando ne esistono più versioni. Su Webflow non c'è finché non lo imposti: nel test 16 pagine su 75, in 4 siti, ne erano prive, compresi due siti senza canonical in nessuna pagina.

E non è un problema teorico.

Su uno dei siti la stessa pagina rispondeva con il codice 200 sia con la barra finale sia senza, cioè due indirizzi con lo stesso contenuto. Il canonical puntava alla versione con la barra, la sitemap elencava quella senza: due segnali opposti mandati a Google sulla stessa pagina.

Il caso peggiore era un altro. Una software house aveva il canonical di tutte e sei le pagine controllate impostato su un sottodominio diverso, che rimandava con un redirect 301 al sito principale (l'abbiamo verificato sulla home). Google riceve l'indicazione "la versione buona è altrove", va a vedere e viene rimandato indietro.

Google lo capisce lo stesso?

A volte. Google Search Central spiega che il canonical è un segnale forte ma non un ordine, e che Google sceglie l'URL canonico incrociandolo con redirect, sitemap e link interni. Quando i segnali si contraddicono, la scelta la fa Google, non tu.

La correzione richiede cinque minuti:

  1. in Site settings, scheda SEO, compila "Global canonical tag URL" con l'indirizzo esatto del dominio, per esempio https://www.tuosito.it;
  2. se usi Google Tag Manager o un altro strumento per inserire i canonical, lascia vuoto il campo globale: la documentazione avverte che altrimenti finisci con due tag per pagina;
  3. per le pagine statiche che devono puntare altrove, usa il campo "Page canonical URL" nelle impostazioni SEO della pagina;
  4. pubblica e controlla il codice sorgente di una pagina interna.

Come funziona il tag in generale lo spieghiamo nella guida all'URL canonical.

Lingua e hreflang: quando il sito italiano dichiara di essere inglese

L'attributo lang è la riga in cima al codice che dichiara la lingua della pagina. Nel test era assente in 3 siti su 15, e altri 2 dichiaravano lang="en" su pagine scritte in italiano: un sito editoriale su tutte le pagine, una software house sulle pagine legali e sui casi studio in italiano.

Conta per il posizionamento?

Poco: Google dichiara di non usare l'attributo lang per riconoscere la lingua, che ricava dal testo. Lo leggono però lettori di schermo e traduttori dei browser: è un errore che paga chi visita il sito, non il ranking.

Più delicato è il multilingua. 9 siti su 15 avevano tag hreflang, cioè le indicazioni che collegano le versioni in lingue diverse della stessa pagina. Con il modulo Localization, secondo la guida alla SEO localizzata aggiornata a luglio 2026, Webflow imposta da solo la lingua di ogni versione e aggiunge gli hreflang sia nel codice sia nella sitemap generata in automatico.

Fin qui tutto bene. I problemi nascono nei contenuti tradotti a metà:

  • su un sito in cinque lingue due articoli avevano il title vuoto, e uno dei due, con lo slug in italiano, stava nella cartella /nl/ con il codice dichiarato in olandese;
  • la stessa guida avverte che i redirect 301 non si applicano agli slug localizzati: ogni versione in lingua ha bisogno della sua regola;
  • se disattivi la sitemap automatica per usarne una personalizzata, gli hreflang nella sitemap li devi scrivere tu, pagina per pagina.

Il modulo si paga a parte: sulla pagina prezzi consultata il 9 ottobre, Localize Essential costa 9 dollari al mese per un massimo di 3 lingue e 10.000 parole tradotte al mese, Localize Advanced 29 dollari per un massimo di 10 lingue. Come impostare gli hreflang a regola d'arte è nella guida ai tag hreflang.

Il tuo sito Webflow manda segnali opposti a Google?

Nel test 4 siti su 15 non avevano un canonical, uno puntava a un altro dominio e 5 dichiaravano una lingua sbagliata o nessuna. Dal Designer sono errori che non si vedono. Controlliamo il tuo sito impostazione per impostazione e ti diciamo cosa sistemare prima, partendo dalle ricerche che ti portano clienti.

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Sitemap, robots.txt e redirect: 3 siti su 15 senza sitemap

La sitemap XML è l'elenco degli indirizzi che il sito chiede ai motori di ricerca di scansionare. Webflow la genera da sola, ma solo se l'opzione "Auto-generate sitemap" è attiva: la guida alla sitemap, aggiornata ad agosto 2026, spiega come accenderla senza dire se di partenza lo sia.

Nel test 3 siti su 15 rispondevano 404 su /sitemap.xml. Uno la dichiarava pure nel robots.txt: Google viene mandato a un indirizzo che non esiste.

Altri due siti non avevano proprio un robots.txt. E in due siti la sitemap conteneva pagine con il tag noindex, tra cui le pagine di ringraziamento dopo un modulo: il sito chiede a Google di scansionare pagine che allo stesso tempo gli dice di non indicizzare.

C'è poi il sottodominio di prova, quello che finisce in .webflow.io. La guida all'indicizzazione spiega che si esclude da Site settings, SEO, Indexing, spegnendo "Staging indexing", e che l'opzione richiede un piano a pagamento. Webflow pubblica allora un robots.txt dedicato al sottodominio, che blocca la scansione ma non toglie dall'indice le pagine già entrate: per quelle servono il noindex e lo strumento di rimozione di Search Console.

I redirect, infine, stanno in Site settings, Publishing, 301 redirects. Secondo la guida ai redirect aggiornata a maggio 2026:

  • non c'è un limite rigido al numero di regole, ma Webflow consiglia di non superare i 1.000 redirect, perché ognuno finisce in un file che il browser scarica;
  • i caratteri jolly si scrivono con (.*) nel vecchio indirizzo e %1 nel nuovo, quindi /blog/(.*) verso /articoli/%1 sposta un'intera sezione con una riga;
  • le regole si importano ed esportano in CSV.

Quando e come usarli lo trovi nella guida al redirect 301, e per la sitemap in generale nella guida alla sitemap.

Dati strutturati su Webflow: 8 siti su 15 senza nemmeno una riga

I dati strutturati sono il codice, di solito in formato JSON-LD, che descrive a Google cosa c'è nella pagina: un articolo, un'azienda, un prodotto, delle domande frequenti. Webflow non ne aggiunge nessuno di suo, e nel test solo 31 pagine su 75 (il 41,3%) ne avevano.

8 siti su 15 non ne avevano in nessuna delle pagine controllate.

Ma allora su Webflow non si può fare?

Si può, e nel test si vede. Le due piattaforme di salute mentale avevano i dati strutturati su tutte le pagine controllate, con tipi come MedicalOrganization, FAQPage e BreadcrumbList, e le schede dei professionisti di una delle due arrivavano a 18 tipi diversi. La differenza non la fa il CMS, la fa chi lo configura.

I modi per aggiungerli sono tre:

  1. codice personalizzato nelle impostazioni della pagina, nel campo per il codice dentro il tag head;
  2. campi del CMS dentro il JSON-LD del modello di pagina, così ogni articolo o scheda prodotto riempie il markup con i propri dati;
  3. il pulsante "Generate schema markup" di Webflow AI, che secondo la guida ufficiale aggiornata a settembre 2026 richiede un piano a pagamento e consuma crediti AI. La stessa pagina chiede di controllare tutto il markup generato prima di pubblicarlo.

Quali tipi servono davvero e cosa cambiano nei risultati lo spieghiamo nella guida allo schema markup. Google ricorda che il markup deve descrivere contenuti visibili nella pagina.

H1, alt text e velocità: il 74% delle immagini ha l'alt vuoto

L'H1 è il titolo principale della pagina. Nel test 48 pagine su 75 (il 64%) ne avevano esattamente uno, 12 nessuno e 15 due o più. Il caso estremo era una home con 21 H1.

Il motivo più probabile è grafico, come su Squarespace: il livello del titolo si sceglie elemento per elemento, e chi vuole una scritta grande sceglie l'H1. La logica corretta è nella guida agli heading tag.

Sulle immagini il dato è più netto: su 3.637 immagini controllate, 2.691 avevano l'attributo alt vuoto, il 74%. Una sola era senza attributo.

Tutte da correggere?

No. Un alt vuoto dice ai lettori di schermo che l'immagine è decorativa, ed è corretto per icone, sfondi e loghi ripetuti. Ma le foto dei prodotti, i grafici e le immagini degli articoli vanno descritte, perché Google Immagini usa l'alt per capire cosa mostrano. Attenzione a un limite: secondo la guida ufficiale, il pannello Audit di Webflow non controlla l'alt delle immagini dentro il CMS, cioè proprio quelle degli articoli. Come scriverlo bene è nella guida all'alt text.

Sul caricamento differito Webflow lavora bene: il 90,4% delle immagini nel test aveva il lazy loading. E sui Core Web Vitals, le metriche di velocità e stabilità che Google misura sugli utenti reali di Chrome, i numeri di HTTP Archive che abbiamo estratto per la guida a Squarespace dicono che ad agosto 2026 li supera su mobile il 61,5% dei siti Webflow visitati dall'Italia, contro il 71,2% nel mondo e il 43,9% dei siti WordPress italiani.

Crawler AI su Webflow: li blocca 1 sito su 15

Il robots.txt di Webflow si scrive a mano in Site settings, SEO. Il blog ufficiale di Webflow, a ottobre 2025, lo indicava come lo strumento per bloccare singoli crawler AI per nome, da GPTBot di OpenAI a Google-Extended.

Nel test 14 siti su 15 non nominano nessun crawler AI.

L'unico che lo fa è una legaltech, ed è un esempio da copiare: blocca quattro crawler usati per addestrare i modelli (GPTBot, CCBot, ClaudeBot, Google-Extended) e lascia passare in modo esplicito OAI-SearchBot, ChatGPT-User e PerplexityBot, cioè quelli che portano il sito nelle risposte con le fonti.

Conviene fare lo stesso?

Dipende da cosa vendi. Chi vive di contenuti proprietari ha un motivo per escludere l'addestramento. Chi vuole comparire nelle risposte di ChatGPT o Perplexity deve sapere che bloccare tutti i bot insieme toglie anche la visibilità nelle ricerche AI. La differenza tra i vari crawler è spiegata nella guida ai crawler AI.

Quando Webflow non basta (e quando è la scelta giusta)

Webflow è la scelta giusta per siti aziendali, startup e brand che cambiano spesso le pagine e vogliono controllo totale sul design senza toccare un server. Nel test il sito più ordinato era anche il più grande, con 16.716 indirizzi in sitemap: quando il modello del CMS è impostato bene, si ripete identico su ogni pagina.

Diventa stretto in tre casi:

  • siti molto grandi: sulla pagina prezzi il piano Basic (15 dollari al mese con fatturazione annuale) non include il CMS, e il piano con il CMS arriva a 20.000 elementi;
  • esigenze SEO avanzate che su WordPress risolve un plugin, come i dati strutturati generati in automatico o le regole sui canonical per i filtri;
  • team senza un referente tecnico, perché ogni impostazione del test che abbiamo trovato spenta richiede qualcuno che sappia dove cercarla.

Il confronto tra piattaforme, con i dati sull'Italia, è nella guida ai migliori CMS per la SEO. Per le alternative più vicine trovi la SEO per WordPress, la SEO per Wix e la SEO su HubSpot.

Se decidi di cambiare, in entrata o in uscita da Webflow, il rischio vero è la migrazione: ogni URL vecchio va mappato con un 301, altrimenti le posizioni conquistate si perdono. La sequenza giusta è nella guida alla SEO per la riprogettazione del sito.

Domande frequenti sulla SEO su Webflow

Webflow è buono per la SEO?

Sì. Genera la sitemap, include l'SSL, gestisce i redirect 301 e lascia scrivere title, meta description e testo alternativo senza plugin. Canonical, dati strutturati e regole per i crawler però vanno impostati a mano: nel nostro test del 9 ottobre 2026 su 15 siti italiani, 4 non avevano nessun canonical e 8 nessun dato strutturato.

Meglio Webflow o WordPress per la SEO?

Dipende: Webflow fa meno errori tecnici di partenza, tanto che ad agosto 2026 supera i Core Web Vitals sul 61,5% dei siti visitati dall'Italia contro il 43,9% di WordPress (dati HTTP Archive). WordPress lascia più automatismi tramite plugin, per esempio sui dati strutturati, ed è più comodo per siti molto grandi o gestiti senza un referente tecnico.

Webflow aggiunge da solo il tag canonical?

No. Il canonical globale si imposta in Site settings, nella scheda SEO, alla voce Global canonical tag URL, con il protocollo incluso. Per le singole pagine statiche c'è il campo Page canonical URL nelle impostazioni SEO della pagina.

Serve un plugin SEO su Webflow?

No. I campi SEO sono già nelle impostazioni di pagine e modelli CMS, e sui piani a pagamento il pannello Audit con Webflow AI segnala title, meta description, alt text e dati strutturati mancanti. Il pannello però non controlla l'alt delle immagini dentro il CMS.

Webflow gestisce i siti multilingua?

Sì, con il modulo Localization, che si paga a parte: imposta la lingua di ogni versione e aggiunge gli hreflang nel codice e nella sitemap automatica. I redirect 301 invece non si applicano agli slug localizzati, quindi ogni versione in lingua ha bisogno della sua regola.

Si possono fare redirect 301 su Webflow?

Sì. Si impostano in Site settings, Publishing, 301 redirects, con un piano a pagamento. Si possono usare caratteri jolly con (.*) e %1 e importare le regole da CSV; Webflow consiglia di restare sotto i 1.000 redirect.

SEO su Webflow, in breve

Webflow genera sitemap, SSL e redirect, e lascia scrivere tutti i campi SEO senza plugin.

Il canonical non c'è finché non lo imposti: nel test mancava in 4 siti su 15.

Lingua del codice, sitemap e robots.txt vanno controllati a mano, uno per uno.

I dati strutturati li aggiungi tu: 8 siti su 15 non ne avevano nessuno.

I crawler AI passano tutti, a meno che tu non decida chi far entrare.

L'idea che ci portiamo via dal test è un'altra. Webflow viene scelto quasi sempre da chi tiene al design, e chi tiene al design guarda la pagina, non il codice sorgente. Per questo i siti del test erano curati, con il lazy loading attivo e le meta description scritte, ma con canonical, lingua e sitemap lasciati com'erano il giorno della consegna. Su Webflow la SEO si decide il giorno in cui il designer consegna il sito: se nessuno apre Site settings quel giorno, nessuno lo apre più. È il primo controllo che facciamo nella consulenza SEO.

Alla prossima!

Matteo Pellegrini

Matteo Pellegrini

Sono un business developer e in Visilay mi occupo di sviluppare strategie SEO, Google Ads e CRO basate sui dati. Amo i musei storici, pratico Karate da quando ho memoria e il weekend mi piace visitare i borghi italiani in cerca di cibo nostrano.