La struttura di un URL è il modo in cui sono organizzate le cartelle e le parole nel percorso che segue il dominio: in https://www.visilay.com/it/blog/urls/ la struttura è /it/blog/urls/, tre segmenti che dicono lingua, sezione e pagina.
Si decide una volta, quando si progetta il sito, e da quel momento in poi cambiarla costa. Le guide italiane la trattano come una leva di posizionamento. I dati dicono un'altra cosa, e la parte interessante è proprio lì.
Di cosa è fatto un URL
La sintassi è definita dalla RFC 3986, la specifica IETF del 2005 che Google richiama nella propria documentazione con il nome di STD 66. Prendiamo un indirizzo con tutti i pezzi montati:
https://shop.esempio.it/scarpe/running-uomo/?colore=nero#recensioni
| Parte | Nell'esempio | Chi la decide |
|---|---|---|
| Schema (protocollo) | https | Il certificato del server |
| Sottodominio | shop | Il DNS |
| Dominio | esempio.it | La registrazione |
| Percorso | /scarpe/running-uomo/ | L'architettura del sito |
| Slug | running-uomo | Chi pubblica la pagina |
| Query string | ?colore=nero | Il CMS o l'ecommerce |
| Frammento | #recensioni | Il template |
La colonna a destra spiega perché questo articolo non parla di slug. Lo slug è una riga che cambi in trenta secondi dall'editor, e ha una guida dedicata. Il percorso è una decisione di architettura: tocca ogni pagina del sito e la sposti solo con una migrazione.
Abbiamo misurato gli URL della prima pagina italiana
Prima di ripetere le regole che trovi ovunque, abbiamo guardato cosa c'è davvero nella SERP. Il 19 settembre 2026 abbiamo estratto i risultati organici di prima pagina per otto query italiane scelte su settori diversi: macchine per il confezionamento, scarpe da running uomo, software gestionale magazzino, impianto fotovoltaico aziendale, noleggio a lungo termine aziende, arredamento ufficio operativo, corso di inglese online, come scegliere una caldaia a condensazione. Google desktop, localizzazione Italia, lingua italiana, dati via DataForSEO.
Sono 71 URL, esclusi i risultati YouTube. Per ognuno abbiamo misurato il percorso dopo il dominio, senza slash finale.
| Caratteristica | Valore |
|---|---|
| Lunghezza media del percorso | 38,8 caratteri |
| Lunghezza mediana | 37 caratteri |
| Percorso più lungo | 120 caratteri |
| Profondità media | 2,04 segmenti |
| Profondità massima | 6 segmenti |
| Usa trattini | 89% (63 su 71) |
| Usa underscore | 3% (2 su 71) |
| Ha maiuscole nel percorso | 3% (2 su 71) |
| Ha slash finale | 48% (34 su 71) |
| Ha estensione .html, .aspx o .php | 8% (6 su 71) |
| Ha cifre o ID nel percorso | 7% (5 su 71) |
| Ha un anno nel percorso | 0% |
| Ha parametri decisi dal sito | 0% |
Ha il parametro srsltid aggiunto da Google | 11% (8 su 71) |
| Supera i 60 caratteri | 13% (9 su 71) |
| È la home nuda | 6% (4 su 71) |
La lunghezza non separa il primo dal decimo
Il numero che conta è un altro. I 24 risultati nelle prime tre posizioni hanno un percorso lungo in media 39,2 caratteri. I 47 risultati dal quarto al decimo posto: 38,7 caratteri. Profondità media 2,17 contro 1,98.
Mezzo carattere di differenza. Su un campione così piccolo significa: nessuna differenza.
Lo stesso controllo, fatto su scala molto maggiore e su un altro mercato, dà lo stesso esito. A giugno 2025 Dan Taylor, head of technical SEO di SALT.agency, ha pubblicato su Search Engine Land un'analisi di 3.123 URL citati su 580 query nei settori travel, ecommerce e SaaS: lunghezza media 53 caratteri per gli URL citati in AI Mode, 52 per i link blu tradizionali, con lo stesso minimo (9) e lo stesso massimo (173). Campione statunitense, quindi non trasferibile in Italia come tale, ma la direzione è identica alla nostra.
Dieci caratteri di scarto tra la media americana e quella italiana, comunque, dicono qualcosa sulla lingua: /scarpe-running-uomo è più corto di /mens-running-shoes-for-road solo per fortuna lessicale.
Cosa dice davvero la documentazione di Google
Vale la pena leggere la fonte invece della sua parafrasi. La pagina URL Structure Best Practices for Google Search si divide in due parti: i requisiti perché un URL sia scansionabile e i consigli su come renderlo comprensibile.
I requisiti sono tre, e sono tecnici: seguire IETF STD 66, usare la codifica percentuale per i caratteri riservati e non usare i frammenti (#) per cambiare il contenuto della pagina, perché Google non li considera in fase di indicizzazione. Per i contenuti che cambiano senza ricaricare, Google indica la History API di JavaScript.
I consigli sono quattro: parole leggibili invece di ID numerici, parole nella lingua del pubblico, codifica percentuale nei link e trattini al posto degli underscore.
Quello che in quella pagina non c'è: nessuna lunghezza massima consigliata, nessuna profondità ideale, nessuna indicazione che un URL descrittivo faccia posizionare meglio. Google lo presenta come un problema di scansione e di comprensione, non di ranking. Le cifre citate ovunque in italiano, i famosi 50-60 caratteri, non vengono da Google: sono convenzioni editoriali che si sono tramandate di articolo in articolo. Il nostro campione, con una mediana di 37 caratteri, le rispetta senza che nessuno se le fosse poste.
Sulle keyword nell'URL, John Mueller di Google le ha definite più volte un segnale molto piccolo e sopravvalutato, lontano dai problemi di URL che tolgono traffico davvero. Restano utili in una fase sola: quando una pagina è nuova e Google non ha ancora altri segnali per capire di cosa parla.
Le regole che reggono ancora
Trattini, mai underscore
È l'unica raccomandazione tipografica esplicita nella documentazione Google. Nel campione la seguono 63 URL su 71. I due che usano underscore sono grossi ecommerce, e si posizionano lo stesso: la regola è a costo zero, quindi seguila, ma non è quella che decide la partita.
Tutto minuscolo
Qui c'è una ragione tecnica precisa. La RFC 3986, sezione 6.2.2.1, stabilisce che schema e host sono insensibili alle maiuscole, mentre il percorso no. /Prodotti e /prodotti sono due risorse diverse per lo standard, e su un server Linux sono due file diversi davvero. Due URL, stesso contenuto, contenuto duplicato da gestire con il tag canonical. Nel nostro campione solo 2 URL su 71 hanno maiuscole nel percorso, uno dei due è Duolingo con /Impara-Inglese.
Niente date, niente anni
Zero URL su 71 contengono un anno. È il dato più netto di tutta la rilevazione, e ha una spiegazione semplice: un indirizzo con /2024/ dentro diventa una bugia il primo gennaio successivo, e chi aggiorna un contenuto non può correggerla senza spostare la pagina. Vale anche per le date di pubblicazione che WordPress infila nel permalink di default. Se stai configurando un blog ora, la struttura /nome-articolo/ ti risparmia una migrazione tra quattro anni.
HTTPS, e una sola versione del dominio
Tra i segnali che Google usa per scegliere quale URL considerare canonico, la documentazione sulla canonicalizzazione elenca esplicitamente se la pagina è servita su HTTP o HTTPS, i redirect, la presenza dell'URL in sitemap e l'annotazione rel="canonical". E avverte che indicare una preferenza canonica "is a hint, not a rule": Google può scegliere diversamente. Avere insieme http e https, o www e non-www, significa consegnargli quattro varianti della stessa pagina e sperare bene.
Lo slash finale: non esiste una versione giusta, esiste una versione sola
Nel campione 34 URL su 71 finiscono con lo slash e 37 no. Metà e metà: nessuna convenzione, e chi ti dice che una delle due versioni si posiziona meglio sta inventando.
Il punto è un altro. Maile Ohye, allora Developer Programs Tech Lead di Google, l'ha scritto nell'aprile 2010 in To slash or not to slash, e da allora non è cambiato: Google tratta /foo e /foo/ come due URL separati e di pari dignità, e non gli dà fastidio se servono contenuti diversi. Se entrambi rispondono 200 con lo stesso contenuto hai un duplicato; la procedura indicata è scegliere una versione, usarla nei link interni e nella sitemap, e mandare l'altra in redirect 301. Unica eccezione, sempre da quel testo: la radice del dominio, dove https://esempio.it equivale a https://esempio.it/ e non è redirigibile in alcun modo.
Su WordPress la scelta è già fatta al posto tuo: i permalink escono con lo slash. Il problema nasce quando qualcuno aggiunge a mano link interni senza, o quando un plugin di redirect li normalizza in direzione opposta al server.
I parametri: i tuoi e quelli che ci mette Google
Nessuno dei 71 risultati viene indicizzato con un parametro deciso dal sito. Otto però lo mostrano lo stesso in SERP, ed è srsltid: un identificativo che Google aggiunge da sé ai risultati collegati a Merchant Center. Non è nel tuo sito, non è nella tua sitemap, e comunque compare nell'indirizzo che l'utente copia e incolla. Chi lo scopre in Analytics pensa a un attacco o a un bug del CMS, e invece è Google.
Sui parametri tuoi, la guida ecommerce di Google è precisa: usa la forma ?chiave=valore e non ?valore, quindi /t-shirt?color=green e non /t-shirt?green; non ripetere lo stesso parametro due volte; ed escludi i parametri che dipendono dal momento o dall'utente, come gli ID di sessione, i timestamp e i valori relativi del tipo location=nearby. Per le varianti di prodotto va bene sia il segmento di percorso (/t-shirt/green) sia il parametro (/t-shirt?color=green), a patto di dichiarare canonica la versione senza parametri opzionali.
Su un catalogo con filtri incrociati questo è il punto dove si perde il controllo: tre filtri a cinque valori generano 125 combinazioni, e ogni combinazione è un URL che Googlebot può scoprire. È l'argomento della SEO per ecommerce, e si risolve prima nell'architettura che nel robots.txt.
Quante cartelle servono davvero
Profondità media del campione: 2,04 segmenti. Venti URL su 71 ne hanno uno solo, ventisei ne hanno due. Il più profondo è una pagina di Capterra a sei segmenti, /directory/30005/warehouse-management/pricing/free/software, e sta al nono posto.
Due osservazioni pratiche. La prima è che le cartelle nel percorso non sono la navigazione: puoi avere /prodotti/categoria/nome e non linkare mai la pagina di categoria, oppure avere tutto a un livello e una navigazione a tre. Quello che pesa, come nota Taylor nell'analisi citata sopra, è la distanza in clic dalla home, non il numero di slash.
La seconda è che le cartelle servono quando dentro ci metti più di una pagina. Su Macropix, produttore milanese di schermi LED, la struttura segue le domande del mercato: una pagina per ledwall, una per la versione indoor, una per quella outdoor, una per i totem, più una scheda per ogni installazione importante. Il risultato di quel lavoro pluriennale sull'intera struttura del sito è documentato nel caso SEO nel manifatturiero: da posizione 88 a posizione 2 su "monitor pubblicitario", e oggi il 25,55% di share of voice sul cluster ledwall, davanti ad Amazon. Nessuna di quelle posizioni dipende da come sono scritti gli URL. Dipendono dal fatto che a ogni domanda corrisponde una pagina, e quindi un indirizzo.
Il momento in cui la struttura conta: quando la cambi
Qui cambia tutto. Una struttura mediocre che funziona vale più di una struttura perfetta appena messa online, perché la migrazione ha un costo certo e un beneficio incerto.
Le cifre le dà Google stessa nella documentazione sui trasferimenti di sito con cambio di URL. Per un sito di medie dimensioni servono "a few weeks or more" perché Google inizi a mostrare i nuovi indirizzi al posto dei vecchi, e per i siti grandi anche di più. Nel frattempo bisogna aspettarsi oscillazioni temporanee nel posizionamento, che Google definisce normali. I redirect vanno mantenuti "for as long as possible, generally at least 1 year", il tempo necessario perché tutti i segnali passino ai nuovi URL.
Un anno di redirect da mantenere, settimane di oscillazione, e in cambio un percorso più leggibile. Prima di firmare quella cambiale, questa è la griglia che usiamo.
| Situazione | Cambiare? | Perché |
|---|---|---|
| Sito nuovo, non ancora online | Sì, decidi adesso | Costo zero. È l'unico momento in cui è gratis |
| URL con ID numerici e zero parole | Sì, se il sito è piccolo | Sotto le 200 pagine il rischio è gestibile e il guadagno in leggibilità è reale |
| Anno o data di pubblicazione nel percorso | Sì, una volta sola | Il problema peggiora ogni anno che aspetti |
| Stesso contenuto su http e https, o www e non-www | Sì, subito | Non è una migrazione, è una configurazione mancante |
| Maiuscole nel percorso | Sì, con canonical o 301 | Genera duplicati veri, non estetici |
| Percorso lungo ma leggibile e posizionato | No | Il campione dice che la lunghezza non separa il primo dal decimo |
| Slug senza la keyword esatta su pagine già in top 10 | No | Segnale molto piccolo, rischio sproporzionato |
| Slash finale incoerente | No, normalizza a livello di server | Si risolve con una regola di redirect, non riscrivendo gli URL |
| Catalogo grande con filtri fuori controllo | No, prima il canonical | Cambiare percorsi senza aver risolto i duplicati moltiplica il problema |
Se la riga che ti riguarda è una di quelle con il "no", il tempo si investe meglio altrove: un audit SEO serio quasi sempre trova problemi più costosi degli URL.
Per i motori di risposta conta la permanenza, non la leggibilità
Le misurazioni di Taylor mostrano che gli URL citati in AI Mode non sono diversi da quelli dei link blu: stessa lunghezza media, stesso minimo, stesso massimo. Non c'è una forma di indirizzo che piaccia ai sistemi generativi.
Il problema che segnala è un altro, e per un'azienda italiana è più concreto: molti link citati dagli strumenti basati su LLM restituiscono un errore 404, perché nel frattempo la pagina è stata spostata. Quando un modello ti cita, la citazione resta congelata nella risposta e nei dati di addestramento. Se quell'indirizzo muore, non perdi una posizione: perdi la verificabilità, che è la cosa per cui ti stavano citando.
È un argomento in più a favore dei redirect lunghi, e un argomento contro le ristrutturazioni fatte per gusto. Lo stesso vale per le citazioni negli AI Overview e per il traffico che non arriva più al sito perché la risposta è già in SERP.
I siti italiani hanno un problema in più: la lingua nel percorso
Nel campione si vede bene: /it/ compare in undici URL su 71, in siti come Enel, Preply, Maxima, Quadrifoglio, Senec. È la forma più comune per i siti multilingua italiani, e la più semplice da gestire con WPML o con le funzioni native della piattaforma.
Le alternative sono il sottodominio (it.esempio.com) e il dominio nazionale (esempio.it). Google le considera tutte valide, ma il prefisso di percorso concentra l'autorità su un solo dominio, il che per un'azienda che esporta e ha un budget di link building limitato è quasi sempre la scelta sensata. Il dettaglio che si sbaglia più spesso non è la forma, sono gli hreflang che devono puntare a URL esistenti e reciproci: è il tema della SEO internazionale.
Un errore che vediamo spesso nei cataloghi tradotti: slug in inglese su pagine in italiano. Google raccomanda esplicitamente parole nella lingua del pubblico, e il suo esempio è example.com/lebensmittel per il tedesco. Chi cerca in italiano e vede /food-products/ non capisce di essere nel posto giusto, e la SERP mostra il percorso in chiaro sopra il titolo.
Come si progetta una struttura che regge
- Parti dalle domande, non dall'organigramma. Le cartelle devono somigliare a come cerca il mercato, non a come è divisa l'azienda. La keyword research viene prima del wireframe.
- Un livello per ogni raggruppamento che conterrà più di una pagina. Se
/soluzioni/avrà sempre e solo tre figli, probabilmente ti basta un livello. - Verifica che ogni segmento intermedio sia una pagina vera, con contenuto proprio. Le pagine di categoria vuote sono lo spreco più comune di un catalogo.
- Decidi slash finale, maiuscole e www a livello di server, non di redazione. Una persona che scrive un link interno non deve pensarci.
- Scrivi la regola da qualche parte. Il motivo per cui le strutture degenerano è che chi le ha decise se ne va e chi arriva pubblica come gli viene.
Il controllo periodico è lo stesso che si fa per la SEO tecnica: una scansione del sito, l'elenco degli URL indicizzati in Search Console, e il confronto tra i due. Le differenze sono quasi sempre dove sta il problema. Se preferisci che lo faccia qualcuno per te, è parte di quello che facciamo nei progetti SEO, e trovi qualche risultato in progetti.
Domande frequenti sulla struttura degli URL
Un URL è composto da schema (https), eventuale sottodominio, dominio, percorso, query string e frammento. La struttura in senso stretto è il percorso: le cartelle e lo slug che seguono il dominio, per esempio /it/blog/urls/. Schema e dominio dipendono da server e DNS, il percorso dipende da come hai organizzato il sito.
La documentazione di Google non indica alcun limite consigliato. Nella nostra rilevazione su 71 risultati di prima pagina italiana la lunghezza mediana del percorso è 37 caratteri e solo 9 URL su 71 superano i 60 caratteri. I primi tre risultati hanno percorsi lunghi in media 39,2 caratteri contro i 38,7 dei risultati dal quarto al decimo posto: la lunghezza non distingue chi è primo da chi è decimo.
La pagina di Google dedicata alle best practice sugli URL la tratta come un problema di scansione e di comprensione, non di posizionamento, e non afferma da nessuna parte che un URL descrittivo faccia posizionare meglio. John Mueller ha definito le keyword nell'URL un segnale molto piccolo e sopravvalutato, utile soprattutto quando una pagina è nuova e Google non ha ancora altri segnali.
Per Google sono due URL distinti e di pari dignità, come scritto da Maile Ohye nel 2010 sul blog di Search Central. Non esiste una versione che si posiziona meglio: nel nostro campione il 48% ha lo slash finale e il 52% no. Quello che conta è sceglierne una, usarla nei link interni e nella sitemap, e mandare l'altra in redirect 301. La radice del dominio fa eccezione: esempio.it equivale a esempio.it/ e non si può redirigere.
Tecnicamente sì, con un redirect 301, ma il costo è reale. Google indica che per un sito di medie dimensioni servono alcune settimane o più perché i nuovi indirizzi sostituiscano i vecchi nei risultati, che nel frattempo le oscillazioni di posizionamento sono normali, e che i redirect vanno mantenuti almeno un anno. Su una pagina che funziona, il guadagno quasi mai giustifica il rischio.
Trattino. È l'unica raccomandazione tipografica esplicita nella documentazione di Google sugli URL, che indica di separare le parole con i trattini invece che con gli underscore. Nel nostro campione 63 URL su 71 usano i trattini e solo 2 gli underscore.
Resta una cosa che nel settore si dice poco. L'URL è l'unico elemento di una pagina che non puoi testare: title, contenuto e immagini li cambi, li misuri e se serve torni indietro; l'indirizzo lo cambi una volta e poi ti porti dietro il redirect per anni. Non è un elemento on-page come gli altri, è l'unico pezzo di una pagina il cui costo di modifica cresce con il suo successo. Per questo la decisione va presa quando il sito non ha ancora traffico, cioè nel momento in cui a nessuno interessa. E per questo chi arriva dopo la trova quasi sempre sbagliata e quasi sempre fa bene a lasciarla stare.