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Architettura di un sito web: cosa guarda Google e cosa no

Autore: Matteo Pellegrini

L’architettura di un sito web è il modo in cui le pagine sono raggruppate e collegate fra loro: quali pagine esistono, in quali sezioni stanno e quanti link servono per passare dall’una all’altra.

La parte che conta per Google è la seconda. Nella guida di Google Search Central per i siti e-commerce c’è scritto che «in genere Google non esamina la struttura degli URL per comprendere quella di un sito», e che analizza invece i collegamenti tra le pagine. Chi riprogetta l’alberatura partendo dalle cartelle dell’URL sta lavorando sul lato sbagliato del problema.

Alberatura, architettura, struttura: tre nomi per la stessa cosa

In italiano si usano come sinonimi, e va bene così. «Alberatura» insiste sul disegno ad albero, con la home in cima e poi categorie, sottocategorie e pagine finali; «architettura» comprende anche le decisioni che non si vedono nello schema. Indicano lo stesso oggetto.

Una distinzione che invece serve: il menu di navigazione non è l’alberatura. Il menu mostra le voci che hai deciso di mettere in evidenza, l’alberatura comprende tutte le pagine del sito, comprese quelle che dal menu non si raggiungono. Su un e-commerce con quattromila schede prodotto le due cose non si somigliano nemmeno.

Cosa dice la documentazione di Google, e da che soglia in poi

Google deduce l’importanza relativa di una pagina da due segnali: quanti link deve seguire per arrivarci e quanti link la puntano. Sta nella stessa guida e-commerce, ed è il motivo per cui la profondità conta davvero. Non come soglia da rispettare, come costo di scoperta.

La guida introduttiva alla SEO, aggiornata il 18 dicembre 2025, mette una soglia esplicita: il modo in cui organizzi i contenuti può influire su scansione e indicizzazione «se il tuo sito include più di alcune migliaia di URL». Sotto quel numero, aggiunge la stessa pagina, i motori di ricerca probabilmente capiranno le tue pagine così come sono, e non serve mollare tutto per riorganizzare il sito. È una frase che nessuna agenzia ha interesse a citare, e sta nella pagina più letta della documentazione.

Lo stesso vale per il crawl budget, che in Italia compare in quasi ogni articolo sull’alberatura. La guida di Google sul crawl budget, aggiornata il 22 luglio 2026, dichiara in apertura a chi si rivolge: siti oltre il milione di pagine con contenuti che cambiano una volta a settimana, oppure siti oltre le diecimila pagine con contenuti che cambiano ogni giorno. Un sito aziendale da duecento pagine non rientra, e la sua architettura va decisa per altri motivi.

Per scrivere questa voce abbiamo letto per intero le quattro pagine più estese che si posizionano in Italia per «architettura sito web» e «alberatura sito web»: NetStrategy, Semrush, Marketers ed Eskimoz. Nessuna delle quattro linka developers.google.com. Le regole che ripetono arrivano da altrove.

La regola dei tre clic non ha mai avuto una fonte

La prima comparsa a stampa della regola è in Taking Your Talent to the Web di Jeffrey Zeldman, 2001, dove viene data per acquisita senza uno studio a sostegno: se gli utenti non trovano quello che cercano in tre clic, «potrebbero» andare altrove.

Nel 2003 Joshua Porter di User Interface Engineering è andato a controllare. Ha ripreso i dati di uno studio su 44 utenti e 620 task, oltre ottomila clic contati uno a uno, e non ha trovato nessuna correlazione fra numero di clic e riuscita del compito. Chi mollava dopo tre clic non era più numeroso di chi mollava dopo dodici, e l’80% dei task si chiudeva solo arrivando a quindici clic. Nemmeno la soddisfazione dichiarata si muoveva: la quota di utenti insoddisfatti oscillava fra il 46% e il 61% qualunque fosse la lunghezza del percorso. È un campione statunitense del 2003, e una replica italiana pubblicata non esiste.

Il Nielsen Norman Group ci è tornato sopra nel 2019 con un’osservazione che vale più della smentita: la regola dei tre clic e quella delle sette categorie massime nel menu sono entrambe prive di dati, e si contraddicono. Per stare dentro i tre clic devi allargare il primo livello; per stare dentro le sette voci devi scendere in profondità. Chi le segue tutte e due finisce per scegliere fra due esperienze mediocri.

Regola che circolaDa dove arrivaCosa dicono documentazione e dati
Ogni pagina a non più di tre clic dalla homeUn libro di web design del 2001, senza datiSu 620 task misurati non c’è correlazione fra clic e riuscita (UIE, 2003, campione statunitense)
Massimo sette o otto categorie principaliRegola di usabilità di origine incertaIl Nielsen Norman Group la classifica come mito, e in conflitto con quella dei tre clic
Le cartelle dell’URL definiscono la strutturaPratica diffusa fra le agenzie«In genere Google non esamina la struttura degli URL per comprendere quella di un sito»
Una buona alberatura salva il crawl budgetArticoli divulgativiLa guida sul crawl budget si rivolge a siti oltre 1.000.000 di pagine, o oltre 10.000 con aggiornamenti quotidiani
L’architettura è un fattore di rankingSemplificazioneGoogle parla di importanza relativa dedotta dai link in entrata e dalla distanza dalla home, non di un punteggio
Le cinque affermazioni più ricorrenti nelle pagine italiane in prima pagina, e cosa le sostiene.

Dove le architetture si rompono davvero: i filtri

Su un e-commerce il danno non lo fa mai il quarto livello di menu. Lo fanno i filtri. La documentazione di Google sulla navigazione per facet, aggiornata il 6 marzo 2026, è netta: l’implementazione più comune, quella basata sui parametri nell’URL, può generare URL infiniti. Tre filtri con dieci valori ciascuno bastano a trasformare una categoria da cento prodotti in migliaia di indirizzi diversi.

I due danni che Google elenca sono conseguenti: scansione eccessiva su URL che si riveleranno inutili, e scoperta più lenta delle pagine nuove, perché il crawler ha speso il tempo altrove. È il problema del crawl budget che rientra dalla finestra, ma stavolta per un errore di progettazione e non per la dimensione del sito.

Le contromisure, nell’ordine di efficacia che indica la stessa pagina:

  • impedire la scansione degli URL filtrati se non ti servono indicizzati, lasciando scansionabili solo la pagina di categoria senza filtri e le schede singole. Quasi sempre è la scelta giusta;
  • spostare il meccanismo di filtro sui frammenti dell’URL, la parte dopo il cancelletto, che sulla scansione non ha alcun effetto né in positivo né in negativo;
  • se alcune combinazioni devono restare indicizzabili, usare la e commerciale come separatore dei parametri (virgole, punti e virgola e parentesi quadre i crawler fanno fatica a riconoscerli) e tenere sempre lo stesso ordine dei filtri nel percorso;
  • rel="canonical" e rel="nofollow" restano possibili, ma Google li dà come meno efficaci nel lungo periodo, e il nofollow funziona solo se sta su ogni singolo link che punta a quell’URL.

Come si disegna un’architettura che regge

Le categorie nascono dalle query, non dall’organigramma. Due prodotti che il commerciale considera la stessa famiglia vanno su due pagine diverse se rispondono a due intenti di ricerca diversi, e due reparti aziendali distinti possono benissimo finire sulla stessa pagina.

Poi ci sono tre controlli che valgono più di qualsiasi schema disegnato bene:

  • ogni pagina che vuoi posizionare deve ricevere almeno un link interno da una pagina che Googlebot visita già. Una pagina che esiste solo nella sitemap viene scoperta tardi;
  • i link devono essere tag a href. Google chiede esplicitamente di non affidare la navigazione a eventi JavaScript applicati ad altri elementi del DOM, e i crawler dei motori di risposta sono ancora meno indulgenti di Googlebot;
  • se un prodotto si raggiunge solo dalla barra di ricerca interna, per Google non esiste: Googlebot non compila i campi di ricerca durante la scansione. Le pagine di categoria devono linkare tutte le schede, altrimenti servono sitemap o feed a coprire il buco.

Le breadcrumb sono il modo più economico per accorciare la distanza su ogni pagina profonda, e Google le usa anche per costruire il percorso mostrato nei risultati di ricerca. La struttura degli URL, invece, resta una questione di leggibilità per le persone: utile, ma non è lì che il motore legge la gerarchia.

Cambiare architettura senza perdere quello che funziona

Una riorganizzazione è quasi sempre un’operazione sugli URL, e le regole sono tre. Un redirect 301 uno a uno dalla vecchia alla nuova pagina, mai un rimando di massa alla home. Nessuna catena di redirect, che la guida sul crawl budget indica come dannosa per la scansione. Un 404 o un 410 per quello che sparisce davvero, perché è un segnale forte a non tornare su quell’indirizzo, mentre un URL bloccato resta in coda di scansione molto più a lungo.

Prima di toccare qualcosa esporta da Search Console le pagine che hanno ricevuto clic negli ultimi sedici mesi, e tienile da parte. Dopo la migrazione confronterai le stesse. È l’unico modo per sapere se il lavoro ha funzionato, e va preparato prima, perché dopo quei dati sono già cambiati. Su un sito con traffico consolidato è il tipo di intervento che seguiamo dentro la consulenza SEO, proprio perché l’errore si paga per mesi.

Una cosa che nel settore si dice poco: la regola dei tre clic è sopravvissuta a vent’anni di smentite perché è l’unica verificabile in riunione. Contare i clic lo sa fare chiunque, anche chi non ha mai aperto Search Console. Capire se la voce di menu «Soluzioni» dice al visitatore cosa troverà dietro non lo sa fare nessuno a colpo d’occhio, e infatti non se ne parla. Se hai mezza giornata da spendere sull’architettura, riscrivi le etichette del menu prima di spostare un livello: un’etichetta opaca fa perdere più visite di un clic in più.

Domande frequenti sull’architettura di un sito web

Quanti livelli deve avere un sito web?

Non esiste un numero giusto: la documentazione di Google non contiene nessuna soglia di clic o di livelli. Parla di importanza relativa dedotta dai link in entrata e dal numero di link da seguire per arrivare a una pagina. In pratica tieni vicine alla home le pagine che portano fatturato, lascia in profondità quelle di servizio e controlla che nessuna pagina utile resti senza link in entrata.

Che differenza c’è fra alberatura e menu di navigazione?

Il menu è la selezione di voci che hai deciso di mostrare. L’alberatura è la mappa di tutte le pagine del sito, comprese quelle che dal menu non si raggiungono. Su un e-commerce con qualche migliaio di schede prodotto le due cose divergono subito.

L’architettura del sito è un fattore di ranking?

Google non la presenta così. Dice di usare il numero di link da seguire per raggiungere una pagina e il numero di link che la puntano per dedurne l’importanza rispetto al resto del sito. È un effetto sulla scoperta e sulla priorità, non un punteggio assegnato alla struttura.

Devo bloccare la scansione dei filtri del mio e-commerce?

Se non ti servono indicizzati, sì. Google consiglia di impedire la scansione degli URL filtrati e di lasciare scansionabili solo la pagina di categoria senza filtri e le schede dei singoli prodotti. Se invece alcune combinazioni devono posizionarsi, tienile poche, con un separatore standard fra i parametri e l’ordine dei filtri sempre uguale.

Matteo Pellegrini

Matteo Pellegrini

Sono un business developer e in Visilay mi occupo di sviluppare strategie SEO, Google Ads e CRO basate sui dati. Amo i musei storici, pratico Karate da quando ho memoria e il weekend mi piace visitare i borghi italiani in cerca di cibo nostrano.