Un errore 404 è la risposta che un server dà quando l’indirizzo richiesto non corrisponde a nessuna risorsa: il server risponde e il sito funziona, quell’URL no.
La cosa utile da sapere subito è che nella maggior parte dei casi il 404 è la risposta giusta e non va coperta con un redirect. La guida di Google lo dice testualmente: «In genere gli errori 404 non incidono sul rendimento del tuo sito nella ricerca». I guai cominciano quando si prova a nasconderli.
Cosa dice la specifica HTTP
Il codice è definito nella RFC 9110, lo standard HTTP pubblicato dall’IETF nel giugno 2022 che ha sostituito la RFC 7231. Alla sezione 15.5.5 la formula è questa: il codice 404 indica che il server di origine non ha trovato una rappresentazione corrente per la risorsa richiesta «o non è disposto a rivelare che ne esista una».
Quella seconda parte viene quasi sempre saltata e spiega un comportamento che si incontra spesso. Un server può rispondere 404 su una risorsa che esiste eccome, solo per non ammetterne l’esistenza. È il motivo per cui certe aree riservate restituiscono 404 invece di 403 a chi non ha i permessi: dire «esiste ma non puoi entrare» è già un’informazione.
L’altro punto che la specifica mette nero su bianco: il 404 non dice se la situazione è temporanea o permanente. Quando il server sa che la risorsa non tornerà, la RFC preferisce il 410 (Gone), nato per segnalare a chi linka che il collegamento va rimosso.
Per Google, invece, 404 e 410 sono la stessa cosa
La documentazione di Search Console è esplicita: «Al momento Google considera uguali gli errori 410 (Non più disponibile) e 404 (Non trovato)». La scelta fra i due non cambia il posizionamento. Cambia semmai la rapidità con cui Googlebot smette di riprovare quell’indirizzo, e la chiarezza per gli altri crawler che la distinzione la rispettano.
Qui sotto i quattro modi di rispondere a un URL che non esiste più, con quello che ciascuno comunica.
| Risposta | Cosa dice al client | Quando usarla | Effetto sui link in entrata |
|---|---|---|---|
| 404 Not Found | La risorsa non c’è, non si sa se tornerà | Default per qualunque URL inesistente | Il valore dei backlink si perde |
| 410 Gone | La risorsa è stata rimossa apposta e non tornerà | Contenuti eliminati di proposito: promozioni scadute, profili chiusi | Per Google identico al 404 |
| 301 permanente | Il contenuto si è spostato a un altro indirizzo | Solo se esiste una pagina equivalente | Il valore passa alla nuova URL |
| 200 su pagina d’errore | Tutto a posto, ecco il contenuto | Mai: è il soft 404 | Google deindicizza lo stesso, ma più lentamente |
Da dove arrivano i 404
Le cause si dividono in due gruppi con conseguenze molto diverse. Ci sono quelle fuori dal tuo controllo, ed è la maggioranza silenziosa: un utente che sbaglia a digitare, un altro sito che ti linka storpiando l’indirizzo, Googlebot che prova a seguire una stringa trovata dentro un file JavaScript. La guida di Search Console cita proprio quest’ultimo caso e chiarisce che non incide né sulla scansione né sul posizionamento del sito.
Poi ci sono quelle interne, le uniche su cui vale la pena intervenire. Una pagina cancellata senza redirect, uno slug modificato dopo la pubblicazione, una migrazione che non ha portato dietro la mappa dei vecchi indirizzi, un file .htaccess corrotto che manda in errore mezzo sito. Su WordPress il classico è il cambio della struttura dei permalink fatto senza generare le corrispondenze: da un momento all’altro ogni URL indicizzato risponde 404.
I 404 non penalizzano, i link persi sì
Parecchi articoli italiani sul tema scrivono che Google penalizza l’indicizzazione dei siti che accumulano troppi 404, e in qualche caso l’intero dominio. La documentazione ufficiale dice l’opposto: per gli URL che non sono mai esistiti sul tuo sito «probabilmente non è un problema di cui devi occuparti», e gli errori spariscono dal report dopo circa un mese.
Il costo vero sta altrove e riguarda i backlink. Ahrefs ha misurato la mortalità dei collegamenti su un campione di 2.062.173 siti, guardando i link raccolti da gennaio 2013 in poi: il 66,5% era marcito. Nella ripartizione dei link persi, il 4,11% finiva su pagine «not found» (studio Ahrefs sul link rot, campione internazionale). Ogni backlink che punta a un indirizzo che oggi risponde 404 è autorevolezza guadagnata e poi buttata via.
Il soft 404 è il problema serio
Google chiama soft 404 una pagina che risponde 200 ma mostra un contenuto d’errore. Sta scritto nella guida sui codici di stato HTTP: se i contenuti suggeriscono un errore, per esempio una pagina vuota o un messaggio di errore, Search Console segnala un soft 404.
Nasce quasi sempre da due gesti fatti con le migliori intenzioni. Il primo è la pagina 404 personalizzata costruita come una pagina qualunque, che quindi restituisce 200 al posto dell’errore. Il secondo è il redirect di massa alla home: tutti gli indirizzi morti reindirizzati alla homepage per «non perdere traffico». Google lo sconsiglia esplicitamente, insieme al blocco dei 404 via robots.txt, perché entrambe le mosse gli rendono più difficile ricostruire la struttura del sito.
Verificare costa un comando. Con curl -I https://esempio.it/pagina-inesistente leggi la prima riga della risposta: se trovi HTTP/2 200 su una pagina che a occhio è un errore, quello è un soft 404. È uno dei controlli che finiscono sempre in un audit di SEO tecnica, perché nessuno se ne accorge guardando il sito dal browser.
Quando lasciare il 404 e basta
Il redirect 301 ha senso quando dall’altra parte c’è un contenuto equivalente. Se non c’è, il 301 verso una pagina qualsiasi è un soft 404 travestito e peggiora l’esperienza: chi cercava la scheda di un prodotto fuori produzione atterra su una categoria generica e se ne va. Il 302, che segnala uno spostamento temporaneo, su una pagina eliminata è ancora peggio, perché tiene in vita un indirizzo che nessuno riattiverà.
Le pagine da lasciare morte sono quelle senza sostituto reale: un evento passato, un annuncio di lavoro chiuso, un prodotto discontinuato senza erede, una categoria svuotata. Search Console le segnala per circa un mese, poi smette di riproporle.
Come trovare i 404 che valgono qualcosa
In Google Search Console il report Indicizzazione delle pagine ha la voce «Non trovata (404)» con l’elenco degli indirizzi. È il punto di partenza e ha un limite preciso: non dice quali di quegli URL hanno link in entrata, cioè quali ti stanno costando qualcosa.
Per quella metà serve un tool di backlink. In Ahrefs il percorso è Site Explorer, report Best by links, filtro sulla risposta HTTP «404 not found», ordinamento per domini referenti. In cima trovi le pagine morte che hanno ancora collegamenti puntati addosso: un 301 verso il contenuto equivalente le recupera in un pomeriggio, ed è il modo più rapido di guadagnare autorevolezza che esista. Screaming Frog copre l’altro lato del problema, i link interni rotti dentro il sito, che sono anche gli unici di cui hai davvero colpa.
La pagina 404 che serve a qualcosa
Deve dire cosa è successo senza gergo, offrire la ricerca interna e portare ai due o tre percorsi principali del sito. Soprattutto deve rispondere 404: su WordPress il template è il file 404.php del tema, su Apache si imposta con la direttiva ErrorDocument 404, su nginx con error_page 404. Se il tuo sito è su Shopify o su una piattaforma chiusa, il codice lo gestisce la piattaforma e non hai molto da toccare, ma vale comunque la pena controllarlo.
C’è poi una cosa che quasi nessuno fa: misurarla. La pagina 404 è l’unica del sito che non viene mai progettata e quasi mai guardata nei dati, eppure basta assegnarle in GA4 un percorso riconoscibile per leggere i referrer di chi ci finisce. Quell’elenco contiene i link esterni rotti che puntano al tuo sito, quelli che Search Console non ti mostra perché non li ha mai scansionati. Con mezz’ora di configurazione la pagina d’errore diventa il rilevatore dei tuoi link marci, e se la gestione di questi dettagli ti sta rubando troppo tempo, è esattamente il lavoro che facciamo nei servizi SEO di Visilay.
Domande frequenti sull’errore 404
No. La guida di Search Console scrive che in genere gli errori 404 non incidono sul rendimento del sito nella ricerca. Quello che costa davvero è il valore dei backlink che puntano a pagine ormai morte, non il codice in sé.
Dipende da cosa c’è dall’altra parte. Se esiste una pagina equivalente, il 301 è la scelta giusta e conserva il valore dei link. Se non esiste, reindirizzare verso una pagina generica o verso la home produce un soft 404 e una brutta esperienza: in quel caso il 404 va lasciato.
Per la RFC 9110 il 404 non dice se l’assenza è temporanea o permanente, mentre il 410 (Gone) dichiara che la risorsa è stata rimossa apposta e non tornerà. Google, però, dichiara di trattare i due codici allo stesso modo.
È una pagina che restituisce un codice 200 ma mostra un contenuto d’errore, per esempio una pagina d’errore personalizzata mal configurata o un redirect di massa alla homepage. Google la rileva e la segnala in Search Console, perché il codice HTTP contraddice quello che l’utente vede.
Secondo la documentazione di Google gli errori 404 smettono di comparire nel report dopo circa un mese, se l’URL non viene più trovato e segnalato.