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SEO branding: quanto vale la domanda di marca e come si misura

Autore: Matteo Pellegrini

Il SEO branding è il lavoro che rende un'azienda trovabile e riconoscibile quando le persone cercano il suo nome, e che aumenta il numero di persone che quel nome lo cercano. Sono due attività diverse: presidiare le ricerche di marca che già esistono, e far crescere la domanda di marca che ancora non c'è.

Quasi tutti gli articoli italiani su questo tema si fermano al primo punto e lo raccontano senza un numero. Qui provo a fare il contrario: partire da quanto vale davvero la domanda di brand sul mercato italiano, poi arrivare a come si misura sul tuo sito.

Quanto vale la domanda di marca in Italia

Ho preso otto aziende che in Italia vendono attraverso una categoria merceologica larga e ho confrontato il volume di ricerca del nome dell'azienda con quello della keyword generica che descrive la sua categoria. Dati Google Ads via DataForSEO, mercato Italia, media dei dodici mesi che terminano a luglio 2026, rilevati il 10 settembre 2026.

MarcaRicerche/mese sul nomeKeyword generica di categoriaRicerche/meseRapporto
Ryanair4.090.000voli low cost301.00014x
Zalando2.740.000abbigliamento online1.6001.713x
Esselunga2.240.000supermercato online4804.667x
Decathlon2.240.000attrezzatura sportiva8802.545x
Unieuro2.240.000elettrodomestici online7203.111x
MediaWorld1.830.000negozio elettronica online5903.102x
Eurospin1.830.000volantino supermercato6.600277x
Yoox301.000vendita abbigliamento online320941x
Volume di ricerca in Italia, nome di marca contro keyword generica di categoria. Fonte: Google Ads Keyword Planner via DataForSEO, media dei 12 mesi terminanti a luglio 2026.

Il confronto va letto con una cautela che di solito nessuno dichiara: a destra c'è una sola keyword generica, mentre la domanda generica reale si spezza su decine di varianti. Chi cerca scarpe non digita solo "attrezzatura sportiva", digita "scarpe running uomo", "scarpe trail", "scarpe da calcio bambino". Sommando tutte le varianti il rapporto scende parecchio.

Anche così, il punto regge. In nessuna di queste otto categorie la somma delle varianti generiche arriva ai milioni di ricerche mensili che raccoglie il nome dell'azienda. Il caso più equilibrato è Ryanair, dove "voli low cost" è una generica forte e comunque il nome vale quattordici volte tanto. Negli altri sette il divario si misura in centinaia o migliaia di volte.

Questo spiega perché una ricerca keyword fatta solo sulle generiche restituisce un mercato molto più piccolo di quello che è. E spiega anche perché due aziende con la stessa quota di mercato offline possono avere volumi di traffico organico incomparabili: quella con il nome più cercato parte con un bacino che l'altra non ha.

Google non ha un punteggio di brand, ha una lista di domande

Nella documentazione pubblica di Google non esiste un fattore di ranking chiamato "brand". Esiste però un documento operativo che chiede ai valutatori umani di giudicare la reputazione di un sito e del suo autore, e chiede di farlo con fonti esterne al sito stesso.

Le Search Quality Rater Guidelines, versione dell'11 settembre 2025, alla sezione 3.3.1 dicono al valutatore di cercare "independent reviews, references, recommendations by experts, news articles" e aggiungono una frase che vale come istruzione di lavoro: "Your job is to independently evaluate the Page Quality of the website, not just accept information that appears on one or two pages of the website without further verification". La reputazione, per Google, è quello che dicono gli altri di te. Non quello che dici tu nella pagina "chi siamo".

La guida di Google su come creare contenuti utili arriva dallo stesso lato. Chiede se l'autore è riconoscibile, se il contenuto dimostra "first-hand expertise and a depth of knowledge", e se chi facesse una ricerca sul sito che pubblica quel contenuto ne uscirebbe con l'impressione che sia "well-trusted or widely-recognized as an authority" sul suo tema. È il quadro che in gergo si chiama E-E-A-T, e nessuna delle sue quattro lettere si ottiene lavorando dentro il proprio sito.

Attenzione a non tirare la conclusione più lunga della premessa. Le rater guidelines servono a valutare gli algoritmi, non sono l'algoritmo, e Google lo ripete a ogni versione. Sono la descrizione più chiara che abbiamo di cosa Google considera un buon risultato, però non un elenco di segnali attivi.

Qui il dato più interessante viene da fuori. A maggio 2025 Ahrefs ha analizzato 75.000 brand per capire cosa correla con la comparsa di un marchio dentro le AI Overviews di Google. Correlazione di Spearman, campione globale.

SegnaleCorrelazione con le menzioni in AI Overviews
Menzioni del brand sul web (anche senza link)0,664
Anchor text contenenti il nome del brand0,527
Volume di ricerca del nome del brand0,392
Domain Rating0,326
Domini referenti0,295
Traffico da ricerche di marca0,274
Backlink0,218
Fonte: Ahrefs, analisi su 75.000 brand, maggio 2025. Dato globale, non italiano. Correlazione, non causalità.

Le menzioni testuali del nome, comprese quelle che non portano nessun link, correlano tre volte più dei backlink. Nello stesso studio i brand nel quartile più alto per menzioni web raccolgono fino a dieci volte le menzioni in AI Overviews del quartile immediatamente sotto, e il 26% dei brand analizzati non compare mai.

Va detto cosa questo numero non dimostra. È una correlazione su un campione globale, quindi non dice che ottenere menzioni faccia comparire il brand nelle risposte, e non è stato replicato sul mercato italiano. Il modo prudente di leggerla è che le due cose crescono insieme, il che comunque sposta l'ordine delle priorità: se stai costruendo una strategia di visibilità sui motori generativi, una citazione in un articolo di settore senza link vale il tempo che ci metti, e per anni la SEO ha insegnato il contrario. Sui segnali che influenzano le risposte generate abbiamo raccolto quello che si sa in una guida sui fattori di ranking delle AI Overviews.

Come si misura il brand dentro la SEO

La metrica è la quota di ricerche di marca: quanta parte del traffico organico arriva da query che contengono il nome dell'azienda. Si calcola in Search Console in cinque minuti, con il filtro per le query di brand.

  1. Apri il rapporto Prestazioni e imposta un periodo di dodici mesi, così le stagionalità si annullano.
  2. Applica un filtro sulle query di tipo "contiene" con il nome dell'azienda. Aggiungi le storpiature: se ti chiami Visilay, valgono anche "visilay srl", "vislay", "visilay agenzia".
  3. Segna i clic filtrati.
  4. Togli il filtro e segna i clic totali della stessa tabella query.
  5. Dividi. Quello è il tuo rapporto brand su non brand.

Il passaggio quattro è quello che quasi tutti sbagliano. Search Console anonimizza le query rare, quindi il totale dei clic che vedi nella scheda Query è più basso del totale dei clic del sito. Se prendi il numeratore dalla tabella query e il denominatore dal grafico generale, la quota di brand esce sottostimata di parecchio. Numeratore e denominatore devono venire dalla stessa tabella.

Un benchmark italiano su questa metrica non esiste, e chi te ne offre uno probabilmente sta citando un dato americano. Il riferimento più solido disponibile è lo studio Ahrefs di maggio 2025 su circa 150 milioni di keyword statunitensi: il 36,9% delle query uniche contiene un nome di marca o di prodotto, e queste query pesano il 45,7% del volume di ricerca totale. Campione Stati Uniti, non Italia, e riferito a tutte le ricerche di Google, non alla quota di un singolo sito.

Quindi non usarlo come obiettivo. La quota di brand sana dipende dal modello di business: un e-commerce generalista sta spesso sopra il 60%, un editoriale può stare sotto il 5% ed essere in ottima salute. Quello che conta è la direzione nel tempo e cosa la muove. Se la quota di brand cresce mentre i clic non brand restano fermi, stai raccogliendo domanda che qualcun altro ha generato. Se cresce il non brand e il brand resta piatto, stai facendo arrivare persone che non si ricordano da chi sono passate. Vale la pena tenerla accanto agli altri KPI SEO in un rapporto mensile.

Le quattro leve che spostano la quota di brand

Presidiare la SERP del proprio nome. Quando qualcuno cerca la tua azienda, la prima pagina contiene il tuo sito e poi otto risultati che non controlli: LinkedIn, Glassdoor, elenchi di aziende, vecchie rassegne stampa, un competitor che compra il tuo nome in Ads. Guarda la SERP del tuo brand in incognito e chiediti se quei nove risultati raccontano l'azienda che sei oggi, e se il tuo sito c'è davvero: nel nostro test su 10 marchi italiani in cinque casi su dieci il sito ufficiale non era tra i risultati organici. Se hai sedi fisiche, la scheda Google Business Profile e le recensioni pesano quanto il sito, e questo entra nel territorio della SEO locale.

Farsi nominare da altri. Alla luce dei numeri di Ahrefs, una menzione senza link in un pezzo di settore ha un valore che dieci anni fa nessuno le avrebbe dato. Cambia il modo di fare digital PR: la richiesta non è più "mettete il link", è "citate il nome per esteso". Restano utili anche i link, e la link building non va in pensione, però smette di essere l'unico obiettivo della stessa attività.

Pubblicare qualcosa che si possa citare. Il modo più economico per farsi nominare è pubblicare un dato che non esiste altrove. La tabella all'inizio di questo articolo è costruita così, ed è riproducibile da chiunque abbia accesso a Keyword Planner: nomi di aziende, generiche di categoria, un rapporto. Un dato originale, anche piccolo, lavora per anni. Un articolo che riscrive quello che c'è già in prima pagina non viene citato da nessuno, e nemmeno dai modelli linguistici, che nelle loro risposte pescano da chi dice qualcosa di suo.

Comparire dove la ricerca non è Google. Le persone cercano dentro YouTube, dentro Reddit, dentro i marketplace, dentro ChatGPT. La quota di brand su Google cresce con settimane di ritardo rispetto all'esposizione altrove, perché la sequenza è quasi sempre la stessa: qualcuno ti vede in un posto, poi va su Google e digita il tuo nome. Se vuoi capire dove il tuo marchio compare e dove no, esistono strumenti di monitoraggio della visibilità AI che tracciano le menzioni sui vari assistenti.

Il contesto italiano rende la sequenza più corta di quanto si creda. Secondo Istat, Cittadini e ICT, anno 2025, l'83,1% della popolazione dai sei anni in su ha usato internet nei tre mesi precedenti e il 79,1% vi accede da smartphone. La distanza tra vedere un marchio e cercarlo è di due secondi e un pollice.

Quando il brand non è la risposta

C'è un caso in cui tutto questo ragionamento va rovesciato, ed è il B2B industriale. Un buyer che deve comprare una lavorazione non cerca il nome di un fornitore, perché non ne conosce nessuno. Cerca il processo, il materiale, la misura.

Su Macropix, produttore milanese di schermi LED su misura, delle nove keyword che portano più contatti qualificati nessuna contiene il nome dell'azienda. La più pesante è "ledwall", 4.400 ricerche mensili in Italia. Le altre otto sono descrizioni di prodotto o di applicazione. In quel progetto lavorare sulla quota di brand sarebbe stato tempo speso male: la domanda di marca non esisteva e non poteva esistere, perché il mercato non pensa per marche. Il metodo che abbiamo usato lì è raccontato nel pezzo sulla SEO per il settore manifatturiero, e il principio più largo nella guida alla SEO B2B.

La regola pratica che ne ricavo: la quota di brand è un obiettivo quando il tuo mercato compra per marca, ed è una conseguenza quando compra per specifica. Nel primo caso la costruisci, nel secondo la raccogli dopo, quando le persone che ti hanno trovato per specifica cominciano a cercarti per nome. Anche su Macropix quel passaggio poi arriva, solo che arriva alla fine e non all'inizio.

Su come impostare l'una o l'altra strada per un'azienda specifica lavoriamo nei progetti SEO, e i risultati con numeri e tempi stanno tra i casi che abbiamo pubblicato.

Domande frequenti

Il SEO branding è la stessa cosa del personal branding?

No. Il personal branding riguarda la reputazione di una persona, il SEO branding riguarda la trovabilità e la riconoscibilità di un'organizzazione nella ricerca. I due si sovrappongono nelle aziende dove il fondatore è il volto pubblico, perché lì la ricerca del nome della persona e quella dell'azienda finiscono per essere la stessa query.

Le ricerche di marca sono davvero traffico guadagnato dalla SEO?

Solo in parte. Chi cerca il nome della tua azienda ti conosce già, quindi quel clic è stato generato da qualcos'altro: passaparola, una campagna, un negozio, un articolo. Il lavoro SEO su quelle query serve a non perderle, per esempio evitando che un aggregatore o un competitor stia sopra di te sul tuo stesso nome. Tenere brand e non brand separati nei rapporti evita di attribuire alla SEO risultati prodotti da altri canali.

Quanto tempo serve per far crescere le ricerche del proprio nome?

Più della SEO tradizionale. Una posizione su una keyword generica si può muovere in qualche mese, il numero di persone che digitano spontaneamente un nome si muove su orizzonti di uno o due anni e segue l'esposizione complessiva dell'azienda, non solo il sito. Il segnale intermedio da guardare nel frattempo è la crescita delle menzioni del nome sul web, che si muove prima del volume di ricerca.

Conviene comprare il proprio nome su Google Ads?

Dipende da chi c'è nella SERP del tuo nome. Se nessun competitor sta comprando il tuo brand e il tuo sito è primo, l'annuncio in gran parte cannibalizza clic che avresti preso gratis. Se un competitor o un marketplace compra il tuo nome, l'annuncio difende una posizione che altrimenti perdi. La verifica costa una ricerca in incognito.

Come faccio a sapere se il mio marchio compare nelle risposte di ChatGPT o delle AI Overviews?

Il modo manuale è porre agli assistenti le dieci domande che i tuoi clienti fanno davvero prima di comprare e annotare quali marchi vengono nominati e con che frequenza, ripetendo la prova ogni mese perché le risposte cambiano. I tool di monitoraggio della visibilità AI automatizzano lo stesso lavoro su volumi maggiori e aggiungono lo storico.

Una cosa che nel settore si dice poco: la quota di ricerche di marca è anche il modo più onesto per accorgersi che un'azienda sta comprando traffico invece di costruire un mercato. Un sito che cresce solo sul non brand per tre anni di fila, con il proprio nome sempre piatto, ha un problema che nessun intervento SEO risolve, perché sta intercettando domanda senza lasciare traccia nella testa di chi passa. Il rapporto tra le due curve è la diagnosi. La SEO è solo uno dei posti dove si cura.

Matteo Pellegrini

Matteo Pellegrini

Sono un business developer e in Visilay mi occupo di sviluppare strategie SEO, Google Ads e CRO basate sui dati. Amo i musei storici, pratico Karate da quando ho memoria e il weekend mi piace visitare i borghi italiani in cerca di cibo nostrano.