Piano di content marketing: come costruirlo partendo dai numeri

Un piano di content marketing è il documento che stabilisce quali contenuti pubblichi, a quali domande rispondono, quale obiettivo di business servono e con quale metro li giudichi. Il calendario delle uscite non è il piano: è l’ultima pagina del piano, e la più facile da compilare.

Tra il 1° maggio e il 20 agosto 2026 il sito di Visilay ha raccolto 53.723 impressioni su Google e 106 clic. Settantuno pagine su novantasei non hanno ricevuto nemmeno un clic in tre mesi e mezzo. Sono i nostri numeri, presi da Search Console, e stanno qui in apertura perché descrivono bene cosa produce un piano costruito sul conteggio degli articoli invece che sulle domande a cui rispondono.

Sotto trovi il metodo che usiamo per rifare quel piano, i dati di due siti italiani reali e i punti in cui abbiamo sbagliato per primi.

Cos’è un piano di content marketing e cosa non è

Nella pratica italiana tre cose vengono chiamate con lo stesso nome, e la confusione costa mesi.

Il piano di content marketing decide cosa vuoi ottenere e per chi scrivi. Contiene l’obiettivo commerciale, le persone che devi intercettare, i temi che presidi e le metriche.

Il piano editoriale traduce quei temi in una lista di contenuti: titolo, formato, query di riferimento, canale.

Il calendario editoriale mette date e responsabili su quella lista.

Se parti dal terzo, ottieni pubblicazioni regolari senza nessuna direzione. È l’errore che troviamo nella maggior parte dei blog aziendali che analizziamo: cadenza rispettata, quaranta articoli l’anno, zero contatti.

Il numero da cui partire: quanto di quello che pubblichi non produce niente

Prima di scrivere il piano nuovo conviene guardare cosa ha reso quello vecchio. Questi sono i dati grezzi di due proprietà Search Console su cui lavoriamo, stesso periodo, 1° maggio – 20 agosto 2026.

SitoURL con impressioniImpressioniClicCTRURL a zero clic
Sito B2B di servizi (visilay.com)9653.7231060,20%71 (74%)
E-commerce outdoor italiano (anonimizzato)23231.7444.5031,94%6 (26%)
Fonte: Google Search Console, proprietà gestite da Visilay, periodo 1° maggio – 20 agosto 2026.

Il sito B2B siamo noi. Il dettaglio più utile non è il CTR complessivo dello 0,20%, è la distribuzione: la pagina di servizio SEO ha raccolto 8.780 impressioni e 6 clic, un articolo in inglese sulle strategie di marketing B2B ne ha raccolte 9.335 e nessun clic. Posizionarsi in ventesima posizione su una query da migliaia di ricerche produce impressioni che sembrano un risultato e non lo sono.

L’e-commerce outdoor è un cliente, quindi i numeri restano anonimi: 23 URL con impressioni, 4.503 clic, di cui il 93,8% sulle due varianti della home. L’unico contenuto editoriale del sito, una pagina su cos’è il trail running, ha totalizzato 256 impressioni e zero clic in tre mesi e mezzo. È un articolo pubblicato senza un piano: nessuno gli ha mai assegnato un ruolo, quindi non ne svolge nessuno.

Il primo esercizio da fare, prima di qualunque scaletta: esportare le pagine da Search Console, ordinarle per clic e contare quante stanno a zero. Quel numero è il punto di partenza reale.

Passo 1. Un obiettivo che si conta in contatti

Gli obiettivi generici (“aumentare la brand awareness”, “crescere sull’organico”) non permettono di scartare niente, e un piano serve soprattutto a scartare.

Un obiettivo utile ha tre pezzi: una quantità, un’unità che tocca il fatturato, una data. Venti richieste di preventivo qualificate al mese entro dodici mesi. Trenta iscritti alla demo per trimestre. Otto contatti dal modulo su una specifica linea di prodotto.

Cambia tutto a valle. Se l’unità sono le richieste di preventivo, un articolo sulla storia del settore non entra nel piano nemmeno se ha volume di ricerca. Se l’unità sono le visite, entra, e dopo un anno hai il grafico in salita e il commerciale con l’agenda vuota. Sui parametri da tenere sotto controllo abbiamo scritto una guida dedicata ai KPI della SEO, e il ragionamento economico sta nell’articolo sul ROI.

Passo 2. Le domande vengono dai preventivi, non dai tool

I tool di keyword research servono per stimare i volumi. Non sanno cosa ti chiedono i clienti al telefono.

Tre fonti da battere prima di aprire Semrush o Ahrefs:

  1. Le ultime cinquanta richieste arrivate dal sito o via mail. Segna con che parole il cliente ha descritto il problema. Quelle parole sono query, scritte da chi compra.
  2. I commerciali. Quali domande si sentono fare nei primi due minuti di chiamata? Quasi sempre sono domande a cui il sito non risponde da nessuna parte.
  3. L’assistenza. I ticket ricorrenti sono contenuti già validati: qualcuno ha avuto quel problema abbastanza da scrivere.

Solo dopo si passa ai volumi, per capire quali di quelle domande hanno anche una domanda di ricerca e come sono formulate. Il metodo operativo sta nella guida alla keyword research; la verifica di cosa vuole davvero chi digita quella query nell’articolo sull’intento di ricerca.

Passo 3. Decidere cosa non scrivere

È la parte del piano che nessuno mette per iscritto, ed è quella che fa risparmiare più soldi.

Il Pew Research Center ha monitorato la navigazione di 900 adulti statunitensi per 68.879 ricerche Google fatte a marzo 2025. Quando nella pagina compare un riassunto generato dall’AI, la quota di visite che finisce con un clic su un risultato scende dal 15% all’8%; solo l’1% clicca su un link dentro il riassunto. Il dato è statunitense e riguarda le ricerche in inglese, ma la funzione è attiva anche in Italia e la direzione è quella.

Tradotto in regola di pianificazione: le domande a risposta breve e definitoria vanno presidiate per essere citate, non per portare traffico. Un articolo di 1.800 parole su “cos’è il content marketing” oggi è un investimento a perdere, a meno che non ci porti dentro qualcosa che l’AI non può riassumere perché nessun altro lo ha pubblicato. Su come funziona il meccanismo di citazione abbiamo scritto due pezzi: uno sugli AI Overview e uno su come si appare nelle risposte di ChatGPT.

Le domande che restano cliccate sono quelle in cui l’utente deve valutare, confrontare, comprare o fidarsi. Il piano deve pesare da quella parte.

Passo 4. Un ruolo per ogni contenuto

Nel B2B una decisione d’acquisto coinvolge più persone, e ognuna arriva sul sito con una domanda diversa. Nei progetti industriali che seguiamo le figure ricorrenti sono quattro: il responsabile tecnico cerca vincoli e specifiche, l’ufficio acquisti cerca fornitori e confronti, il controllo di gestione cerca il costo totale, la direzione cerca prove che l’azienda sia affidabile.

Un piano che produce solo contenuti per la prima figura raccoglie visite tecniche che non arrivano mai in trattativa. Uno che produce solo storie aziendali raccoglie complimenti.

Nella tabella del piano, accanto a ogni contenuto, serve una colonna con la figura a cui parla e una con l’azione che deve provocare. Se la colonna resta vuota, il contenuto esce. Il ragionamento completo sta nella guida alla SEO per il B2B e, in versione settoriale, in quella sulla SEO per l’industria manifatturiera. Sui formati che funzionano nel business to business abbiamo raccolto il resto nell’articolo sul content marketing B2B.

Passo 5. Il calendario, e lo slot per gli aggiornamenti

Qui la regola è una sola: la cadenza va decisa sulla capacità reale di produzione, non sull’ambizione. Due articoli al mese pubblicati per tre anni battono otto al mese pubblicati per cinque mesi.

La parte che quasi nessun calendario italiano prevede è lo spazio per rimettere mano a quello che c’è già. Nel nostro piano un’uscita su tre è un aggiornamento: un articolo che ha perso posizioni, uno che riceve impressioni senza clic, uno che parla di uno strumento cambiato nel frattempo. È lavoro meno gratificante della pagina bianca e rende molto di più.

I candidati si trovano in due minuti: in Search Console, le pagine con impressioni stabili e clic in calo. Chi ha un archivio grande e disordinato dovrebbe partire da un giro di content pruning prima di aggiungere altro. Su come impostare la produzione ricorrente il metodo sta nelle strategie SEO per il blog e nell’articolo sulla lunghezza ideale di un blog post.

Passo 6. Le tre cose da misurare

La ricerca B2B Content Marketing: Insights for 2026 del Content Marketing Institute, realizzata con MarketingProfs e Storyblok su 1.015 marketer B2B tra il 24 giugno e il 14 agosto 2025 e riferita in prevalenza al Nord America, mette la misurazione dell’efficacia al terzo posto tra le difficoltà dichiarate, con il 33%. Sopra ci sono la creazione di contenuti che spingano all’azione (40%) e i vincoli di risorse (39%).

Tre metriche bastano, e sono nell’ordine in cui vanno lette.

  1. Contatti attribuiti al contenuto. Non le visite: i moduli compilati, le chiamate, le richieste di preventivo che hanno una pagina di contenuto nel percorso.
  2. Query in posizione 8-20. Sono le pagine a un passo dalla prima pagina. È l’indicatore che dice dove lavorare il mese dopo.
  3. Clic per pagina, non per sito. La media di sito nasconde tutto. La distribuzione dice se stai costruendo un archivio o un cimitero.

Da giugno 2026 Search Console include i report dedicati alle funzionalità AI, con le impressioni divise per pagina, paese e dispositivo: la visibilità nelle risposte generate è diventata una metrica leggibile e va aggiunta al report mensile. Sull’uso dello strumento abbiamo una guida dedicata a Google Search Console.

Sempre dalla ricerca del Content Marketing Institute: il 95% delle organizzazioni intervistate usa strumenti di AI, l’87% di chi li usa per creare contenuti dichiara di aver guadagnato produttività, ma solo il 39% dichiara di aver visto migliorare le performance dei contenuti. Più contenuti prodotti più in fretta non è più contenuto che funziona.

Quanto tempo serve prima che funzioni

Più di quanto dicono i preventivi. Macropix, produttore milanese di schermi LED, nel 2020 non compariva per nessuna delle keyword di categoria del suo settore: “monitor pubblicitario” la vedeva in posizione 88, cioè nona pagina. Nel 2025 la stessa query la vede in seconda posizione, e a luglio 2026 il dominio macropix.it tiene il 25,55% della share of voice sul cluster ledwall, davanti ad amazon.it che si ferma al 18,08% (fonte: Semrush).

Cinque anni. Il piano di content marketing non è la leva per il trimestre: nel frattempo servono canali che portano contatti dal primo giorno, e il modo più diretto è la consulenza SEO affiancata alla parte a pagamento. Altri casi con i numeri stanno nella pagina progetti.

Un dato di contesto italiano, utile per capire quanto sia ancora poco affollato il campo: secondo il report Imprese e ICT pubblicato da Istat a dicembre 2025, nel 2025 il 76,5% delle imprese italiane con almeno 10 addetti ha un sito web e il 59,0% usa i social media. Avere un sito è la norma; avere un piano che decide cosa metterci sopra non lo è.

L’errore che vediamo più spesso

Non è la scrittura, non è la SEO tecnica. È che il piano non dice chi risponde alle domande.

Un contenuto B2B utile contiene informazioni che stanno nella testa di un tecnico, di un commerciale, di chi ha gestito i reclami. Se il piano non prevede mezz’ora al mese di quelle persone, il copywriter riscrive quello che c’è già in prima pagina e il pezzo esce identico a quello degli altri. È anche la differenza pratica tra un contenuto che Google riconosce come esperienza diretta e uno generico: il tema lo abbiamo affrontato parlando di E-E-A-T e di come creare contenuti in ottica SEO.

Nel piano, accanto a ogni riga, va un nome interno e una data. Non l’autore del testo: la persona che fornisce la materia.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra piano di content marketing e piano editoriale?

Il piano di content marketing definisce obiettivo commerciale, pubblico, temi presidiati e metriche. Il piano editoriale traduce quei temi in singoli contenuti con titolo, formato e query di riferimento. Il calendario editoriale aggiunge date e responsabili. Chi parte dal calendario pubblica con regolarità senza sapere perché.

Quanti contenuti bisogna pubblicare al mese?

Il numero si ricava dividendo le ore che l’azienda può davvero dedicare al contenuto per il costo di un pezzo con dati originali, che in genere sta fra le sei e le dieci ore fra ricerca, intervista interna, scrittura e revisione. Due uscite al mese mantenute per anni valgono più di otto per cinque mesi.

Il content marketing funziona ancora con le risposte generate dall’AI?

Cambia quali contenuti conviene produrre. Secondo il Pew Research Center, su un campione statunitense di 900 adulti e 68.879 ricerche, quando compare un riassunto AI la quota di visite con un clic su un risultato scende dal 15% all’8%. Le domande definitorie perdono clic, quelle di valutazione, confronto e acquisto ne mantengono.

Quanto tempo serve perché un piano di content marketing porti risultati?

Nei progetti B2B che seguiamo i primi contatti da contenuto arrivano dopo sei-dodici mesi, e la posizione stabile sulle keyword di categoria richiede anni: su Macropix la query monitor pubblicitario è passata dalla posizione 88 nel 2020 alla seconda posizione nel 2025.

Come si misura il ritorno di un piano di content marketing?

Con i contatti attribuiti al contenuto, non con le visite. Vanno poi lette le query in posizione 8-20, che indicano dove lavorare il mese successivo, e la distribuzione dei clic per singola pagina, che la media di sito nasconde.

Il pezzo che manca in quasi tutti i piani

La colonna che manca più spesso non è la keyword né la data: è il costo. Un articolo di 2.000 parole con dati originali costa fra le sei e le dieci ore fra ricerca, intervista interna, scrittura e revisione. Con quel numero in mano, la domanda “quanti articoli al mese pubblichiamo” smette di essere una scelta editoriale e diventa una divisione: quante ore l’azienda può davvero mettere, diviso il costo di un pezzo che valga la pena leggere.

La maggior parte dei piani si rompe lì, non sulla strategia. Chi lo scrive nero su bianco prima di partire pubblica meno e smette di rifare il calendario ogni due mesi. Se serve una mano a impostarlo, ne parliamo: il primo passaggio, in genere, è aprire insieme la Search Console e contare le pagine a zero clic.

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Immagine di Matteo Pellegrini
Matteo Pellegrini
Sono un business developer e in Visilay mi occupo di sviluppare strategie SEO, Google Ads e CRO basate sui dati. Amo i musei storici, pratico Karate da quando ho memoria e il weekend mi piace visitare i borghi italiani in cerca di cibo nostrano.
Sono un business developer e in Visilay mi occupo di sviluppare strategie SEO, Google Ads e CRO basate sui dati. Amo i musei storici, pratico Karate da quando ho memoria e il weekend mi piace visitare i borghi italiani in cerca di cibo nostrano.
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