Un motore di ricerca alternativo è un motore diverso da Google. La definizione è ovvia, il problema che nasconde meno: la maggior parte dei nomi che compaiono negli elenchi non possiede un indice del web. Mostra i risultati di Bing o di Google dentro un’interfaccia diversa, con una politica sui dati diversa.
In Italia il traffico di ricerca che non passa da Google vale l’11,2%. Di quella fetta, oltre il 90% arriva comunque da un solo indice, quello di Microsoft. Cambiare motore e cambiare risultati sono due cose diverse, e questo articolo serve a capire quali motori fanno davvero la seconda.
Quanto pesano i motori alternativi in Italia
I dati italiani sono meno favorevoli alle alternative di quanto raccontino gli articoli tradotti dall’inglese. Negli Stati Uniti Bing supera il 7%; in Italia si ferma a poco più di 5.
| Motore | Quota Italia (luglio 2026) | Da dove vengono i risultati |
|---|---|---|
| 88,8% | Indice proprio | |
| Bing | 5,1% | Indice proprio |
| Yahoo | 4,24% | Bing |
| DuckDuckGo | 0,74% | Bing, più crawler proprio su alcuni verticali |
| Yandex | 0,49% | Indice proprio |
| Ecosia | 0,45% | Google e Bing (indice europeo solo in Francia e Germania) |
Il numero che salta all’occhio è Yahoo al 4,24%, sopra DuckDuckGo di quasi sei volte. Non è un ritorno di fiamma: Yahoo mostra risultati di Bing dal 2010 e in Italia resta la homepage predefinita di parecchi computer aziendali mai riconfigurati. Sommato a Bing, l’indice Microsoft copre il 9,34% delle ricerche italiane. Tutti gli altri messi insieme non arrivano al 2%.
Chi ha un indice proprio e chi rivende quello di qualcun altro
Costruire e mantenere un indice del web costa: server, crawler, banda, aggiornamento continuo. È il motivo per cui negli ultimi vent’anni il numero di aziende che ci riescono è sceso invece di salire. Questa tabella è il modo più rapido per capire cosa stai davvero usando quando cambi motore.
| Motore | Indice proprio | Dettaglio |
|---|---|---|
| Sì | Il più esteso al mondo | |
| Bing | Sì | Alimenta anche Yahoo, DuckDuckGo, AOL, Copilot |
| Brave Search | Sì | 100% dal 27 aprile 2023, ultima chiamata a Bing rimossa |
| Mojeek | Sì | 9 miliardi di pagine, crawler proprio dal 2011 |
| Yandex | Sì | Indice russo indipendente |
| Baidu | Sì | Indice cinese |
| Naver | Sì | Indice coreano |
| Seznam | Sì | Indice ceco |
| Kagi | Parziale | Indici propri Teclis e TinyGem più API di terzi |
| Ecosia | Parziale | Indice europeo EUSP in Francia e Germania, altrove Google e Bing |
| Qwant | Parziale | Stessa infrastruttura EUSP, co-costruita con Ecosia |
| DuckDuckGo | No | Link e immagini da Bing, crawler proprio per Instant Answers |
| Startpage | No | Compra i risultati da Google e rimuove il tracciamento |
| Yahoo | No | Bing |
| Swisscows | No | Bing |
| SearXNG | No | Metamotore: interroga altri motori e aggrega |
Quattro nomi su sedici hanno un indice proprio e operano in Occidente: Google, Bing, Brave e Mojeek. Se cerchi risultati diversi da quelli che vedi su Google, quelli sono i posti dove guardare. Se cerchi meno tracciamento, la lista si allarga parecchio, perché DuckDuckGo e Startpage risolvono un problema di privacy, non un problema di diversità dei risultati.
I motori con indice indipendente
Brave Search
Brave ha fatto il percorso al contrario rispetto a tutti gli altri. Al lancio, nel giugno 2021, il 13% delle query richiedeva l’aiuto di un fornitore esterno. Meno di un anno dopo l’indipendenza era al 93%, e il 27 aprile 2023 Brave ha annunciato la rimozione dell’ultima chiamata alle API di Bing. Oggi ogni risultato web arriva dal suo crawler.
Sull’italiano la copertura resta più sottile di quella di Google, soprattutto sulle query locali e sui siti piccoli. Vale la pena provarlo su ricerche informative e tecniche, dove la differenza si nota meno.
Mojeek
Azienda britannica, crawler proprio dal 2011, 9 miliardi di pagine indicizzate nel 2025 partendo dal primo miliardo raggiunto nel 2015. È il motore più radicalmente indipendente in circolazione e anche il più spartano: niente personalizzazione, niente riscrittura AI delle query, risultati ordinati con criteri suoi. Chi lo usa per il lavoro editoriale lo fa proprio per questo, perché restituisce pagine che Google ha smesso di mostrare.
Yandex, Baidu, Naver, Seznam
Quattro indici indipendenti veri, ognuno dominante nel suo mercato: Russia, Cina, Corea del Sud, Repubblica Ceca. Per un utente italiano contano poco. Per un’azienda italiana che esporta contano molto, e sono il primo posto dove guardare quando si imposta una strategia SEO internazionale, perché le regole di posizionamento non coincidono con quelle di Google.
L’indice europeo che ancora non copre l’Italia
Nel novembre 2024 Ecosia e Qwant hanno annunciato European Search Perspective, una società al 50 e 50 per costruire un indice del web europeo. Ecosia lo ha detto chiaramente: fino a quel momento si appoggiava a un misto di Google e Bing.
I risultati EUSP sono arrivati agli utenti francesi nel 2025 e agli utenti tedeschi il 30 luglio 2026. In Francia oggi la maggior parte del traffico di Ecosia passa dall’indice europeo. L’Italia non è nell’elenco, e nessuna data è stata annunciata.
La conseguenza pratica: quando un utente italiano usa Ecosia o Qwant oggi vede risultati Google o Bing. La scelta ha un effetto sui dati che lascia e sugli alberi che Ecosia pianta, non su cosa trova.
Il fatto che ha cambiato il mercato nel 2025
L’11 agosto 2025 Microsoft ha ritirato le Bing Search API, spegnendo tutte le istanze esistenti e chiudendo le nuove sottoscrizioni. La sostituzione indicata è Grounding with Bing Search dentro Azure AI Agents, un prodotto pensato per gli assistenti AI, non per chi rivendeva risultati di ricerca.
È il singolo evento che spiega meglio di qualunque altro perché la lista dei motori alternativi si è accorciata negli ultimi due anni. Decine di piccoli motori indipendenti erano wrapper sopra quell’API. Chi aveva un indice proprio, come Brave e Mojeek, non se n’è accorto. Gli altri hanno chiuso o hanno cambiato fornitore.
I motori AI non sono motori alternativi nello stesso senso
ChatGPT, Perplexity, Gemini e Copilot compaiono in quasi tutti gli elenchi italiani sotto la stessa voce degli altri. È una semplificazione che porta fuori strada, perché non hanno un indice: interrogano quello di qualcun altro e riscrivono la risposta. Copilot usa Bing, Perplexity e ChatGPT combinano indici di terzi con crawler propri.
Il che li rende un problema diverso da risolvere. Su un motore tradizionale l’obiettivo è comparire in una lista di dieci link; su un motore di risposta l’obiettivo è essere la fonte che viene citata dentro un testo generato. Sono due lavori distinti, e li abbiamo separati in due guide: come posizionarsi sui motori di risposta e cos’è la generative engine optimization. Per i due sistemi più usati in Italia ci sono approfondimenti dedicati su ChatGPT e su Perplexity.
Vale anche il contrario: Google ha portato la generazione dentro la sua SERP con gli AI Overviews, quindi la distinzione tra motore tradizionale e motore di risposta si è assottigliata proprio dove il traffico si concentra.
I motori verticali che valgono più delle alternative generaliste
Per molte aziende italiane il traffico che si può recuperare fuori da Google non sta su Brave o su Mojeek, sta dentro piattaforme che funzionano da motore di ricerca senza chiamarsi così.
- Amazon per chi vende prodotti. La ricerca interna di Amazon intercetta query con intento d’acquisto che su Google costerebbero care in Google Ads.
- YouTube per le ricerche che iniziano con come si fa. Nel manifatturiero e nel software è spesso il primo punto di contatto.
- Openverse per immagini in dominio pubblico e licenza Creative Commons.
- PubMed e Semantic Scholar per la letteratura scientifica, dove Google Scholar non basta.
- WolframAlpha per i calcoli e i dati strutturati, che non è un motore di ricerca ma un motore computazionale.
- Wayback Machine per recuperare pagine rimosse, utile in qualsiasi analisi di un dominio con una storia lunga.
Ragionare per canali invece che per motori è l’impostazione della SEO omnicanale: la domanda non è su quale motore posizionarsi, è dove cerca chi deve comprare.
Cambiare motore predefinito, e perché in Europa è più semplice di prima
Dal 2024 il Digital Markets Act obbliga i browser designati a mostrare una schermata di scelta agli utenti europei. L’effetto misurato esiste ed è più forte sui browser che sui motori: lo studio NBER Active Choice Interventions at Scale (Akesson, Amlani, Cepeda Suarez, Chissell, Hunt, Luca e Petrie, 2026) stima l’uso di Firefox nell’Unione al 91% in più su iOS e al 13% in più su Android rispetto allo scenario senza obbligo. Sulla ricerca la quota di Google in Europa resta intorno al 90%.
Il cambio manuale resta la strada più affidabile. In Chrome sta in Impostazioni, Motore di ricerca; in Safari in Impostazioni, Safari, Motore di ricerca; in Firefox in Impostazioni, Ricerca. Su iOS e Android la voce è nelle impostazioni del browser, non in quelle del sistema.
Un consiglio che quasi nessuno dà: prima di cambiare il predefinito, tieni il motore nuovo per due settimane come secondo motore e conta quante volte torni su Google. È l’unico test che dice davvero se la copertura sull’italiano ti basta.
Cosa deve fare un sito italiano
La buona notizia è che il lavoro è poco, perché i motori da presidiare sono pochi. Quattro passaggi, in ordine di resa.
1. Aprire Bing Webmaster Tools
Copre il 9,34% delle ricerche italiane in un colpo solo: Bing, Yahoo, DuckDuckGo, AOL e Copilot leggono lo stesso indice. La verifica del dominio richiede dieci minuti e si può importare la proprietà direttamente da Google Search Console. Il report delle query mostra un vocabolario diverso da quello di Google, con più ricerche desktop e un’età media degli utenti più alta.
2. Attivare IndexNow
È un protocollo aperto che notifica ai motori le pagine nuove o modificate senza aspettare il crawler. Lo supportano Bing, Yandex, Naver, Seznam, Amazon e Yep: sei motori con un solo endpoint. Google non partecipa. Su WordPress bastano un plugin e una chiave da 8-128 caratteri caricata nella root del dominio.
3. Curare i dati strutturati
I motori con meno risorse di calcolo di Google si appoggiano di più a quello che la pagina dichiara di sé, e i sistemi di risposta leggono i dati strutturati per capire di cosa parla un documento. Se hai già lavorato sullo schema markup per Google, quel lavoro vale già anche per gli altri: è l’unico dei quattro passaggi che non richiede niente di nuovo.
4. Misurare separatamente
È il passaggio che quasi nessuno fa, ed è il motivo per cui la domanda quanto traffico portano i motori alternativi resta senza risposta nella maggior parte delle aziende. Search Console mostra solo Google. In GA4 i motori minori finiscono spesso in Organic Search insieme a Google, oppure in Referral quando la sorgente non è riconosciuta. Serve un’esplorazione libera con dimensione Sorgente e metrica Sessioni, filtrata sui nomi dei motori, altrimenti il dato non esiste.
Quanto traffico aspettarsi davvero
Un ordine di grandezza serve più di qualunque elenco. Prendo un caso reale che seguiamo: un e-commerce italiano di attrezzatura outdoor, che a luglio 2026 ha raccolto 1.353 clic organici dall’Italia su 51.016 impression, posizione media 6,17 e CTR del 2,65%.
Quei numeri sono solo Google, perché Search Console non vede altro. Applicando le quote StatCounter italiane come proporzione grezza, l’indice Microsoft nelle sue quattro vetrine varrebbe intorno ai 140 clic mensili aggiuntivi e tutti gli altri motori insieme meno di 30. Non è una misura, è una stima con un margine largo: la distribuzione delle query per settore cambia parecchio il risultato, e nel B2B tecnico la quota Bing tende a essere più alta della media perché il traffico è desktop e da rete aziendale.
Il punto è la proporzione. Su un sito da mille clic mensili si parla di centocinquanta clic, che non giustificano una strategia separata ma giustificano dieci minuti di configurazione. Su un sito da centomila clic la stessa proporzione vale quindicimila visite l’anno, e il calcolo cambia. Nel progetto manifatturiero di Macropix la keyword principale, ledwall, vale 4.400 ricerche mensili su Google: la stessa query su Bing muove volumi di un ordine di grandezza inferiore, ma con una concorrenza quasi assente in prima pagina.
La regola che uso: sotto i 5.000 clic organici mensili, apri Bing Webmaster Tools e fermati lì. Sopra, vale la pena guardare le query di Bing come si guardano quelle di Google, perché lì dentro ci sono termini su cui sei già in seconda posizione senza saperlo. È lo stesso metodo della keyword research fatta sui dati che hai già.
Domande frequenti
Una cosa che nel settore si dice poco
La concentrazione degli indici è un rischio per chi fa contenuti, e nessuno ne parla perché al momento non costa niente. Se domani Bing cambia i criteri come ha cambiato le API nell’agosto 2025, quattro motori si spengono nello stesso istante. Non è teoria: è già successo ai wrapper che vivevano su quell’API.
Il modo per starne fuori non è distribuire il presidio su dieci motori con quote decimali. È possedere un canale che nessun indice media: una newsletter, una lista di clienti, una comunità. La SEO porta le persone la prima volta, e su questo lavoriamo tutti i giorni con i progetti SEO che seguiamo. Quello che decide se tornano è ciò che hai costruito fuori dai motori di ricerca.