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User experience: cos'è, da cosa è composta e come si misura

Autore: Matteo Pellegrini

La user experience è l'insieme delle percezioni e delle risposte di una persona che derivano dall'uso, o dall'attesa d'uso, di un prodotto, un sistema o un servizio.

La definizione arriva dalla norma ISO 9241-210:2019, "Ergonomics of human-system interaction, Part 210: Human-centred design for interactive systems", riesaminata e confermata nel 2025. La conseguenza operativa è concreta: la user experience non la valuti guardando il tuo sito, la valuti guardando qualcuno che prova a fare una cosa sul tuo sito. Solo una parte di quello che vede quella persona finisce nei sistemi di ranking di Google, e la tabella più avanti dice quale.

Da cosa è composta

La norma separa tre variabili, e conviene tenerle separate anche quando si lavora.

  • La persona: cosa si aspetta prima di arrivare, quanto conosce il settore, quali abitudini porta da altri siti. Chi compra ricambi industriali da vent'anni cerca il codice prodotto, non la fotografia.
  • Il sistema: interfaccia, contenuti, velocità di risposta, architettura delle informazioni, tono dei messaggi di errore.
  • Il contesto d'uso: dove si trova quella persona mentre usa il sito. Un modulo di richiesta preventivo compilato in ufficio con due schermi non è lo stesso modulo compilato in cantiere con una mano sola e due tacche di segnale.

C'è poi una dimensione che nelle discussioni sui siti web sparisce quasi sempre: l'esperienza comprende anche il prima e il dopo. L'aspettativa costruita da un annuncio Google Ads fa parte dell'esperienza della landing page. Il messaggio di conferma ordine ricevuto tre giorni dopo fa parte dell'esperienza dell'e-commerce. Se il traffico arriva da una promessa che la pagina non mantiene, hai un problema di esperienza anche con un sito tecnicamente perfetto, ed è lo stesso problema che in SEO si chiama disallineamento con l'intento di ricerca.

Usabilità e interfaccia sono due cose più piccole

I tre termini vengono usati come sinonimi e non lo sono. La definizione più citata nel settore è quella che Don Norman e Jakob Nielsen hanno messo per iscritto nell'agosto del 1998 per il Nielsen Norman Group: la user experience comprende tutti gli aspetti dell'interazione di una persona con l'azienda, i suoi servizi e i suoi prodotti. Nello stesso articolo i due portano un esempio che vale ancora: un sito di recensioni di film può avere un'interfaccia impeccabile e restare un'esperienza scadente, se nel database ci sono solo i titoli dei grandi studi.

L'usabilità è un attributo di qualità dell'interfaccia, quindi un sottoinsieme. Nielsen la scompone in cinque componenti: apprendibilità, efficienza, memorabilità, errori e soddisfazione. Dallo stesso testo arriva il numero che molti citano e pochi applicano: per trovare i problemi più gravi di un'interfaccia bastano cinque utenti in test.

La user interface è il livello ancora più sotto: i pulsanti, i colori, la griglia, gli stati. Si può rifare una UI da zero e lasciare intatta una user experience rotta, perché il problema stava nel catalogo incompleto o nei tempi di consegna non dichiarati.

Che cosa di tutto questo vede Google

Molto meno di quello che si legge in giro. La pagina di Google Search Central sulla page experience, nella versione aggiornata a dicembre 2025, dice una cosa netta: non esiste un singolo segnale di page experience. Elenca sei aspetti da controllare, e solo il primo è usato in modo diretto dai sistemi di ranking.

  • Core Web Vitals buoni (l'unico usato direttamente nel ranking)
  • pagine servite in HTTPS
  • buona resa su dispositivi mobili
  • quantità di annunci che non interferisce con il contenuto principale
  • nessun interstitial invadente
  • distinzione chiara tra contenuto principale e resto della pagina

I Core Web Vitals sono tre e hanno soglie pubbliche, documentate su web.dev: LCP entro 2,5 secondi, INP entro 200 millisecondi, CLS entro 0,1. La soglia si valuta al 75° percentile dei caricamenti di pagina, separando mobile e desktop, e vanno rispettate tutte e tre. Dal 2024 INP ha sostituito FID come metrica di interattività, cosa che metà degli articoli italiani in circolazione non ha ancora recepito. Soglie, cause tipiche e interventi che rendono li abbiamo già trattati nella voce sul page speed. Qui il punto è un altro: questi tre numeri coprono una fetta sottile di quello che una persona prova usando un sito.

Usabilità, chiarezza del linguaggio, completezza del catalogo, facilità di reso: niente di tutto questo è un segnale dichiarato. Arriva ai motori di ricerca per via indiretta, attraverso i link che il sito si guadagna, le ricerche del brand, le conversioni. Nel nostro elenco dei fattori di ranking la page experience sta nel gruppo dei segnali di contorno, non in quello dei decisivi.

Come si misura, pezzo per pezzo

Non esiste un numero unico. Ogni componente ha il suo strumento, e cambia anche chi se ne occupa in azienda.

Componente della UXChe cosa si osservaCon che strumentoGoogle lo usa come segnale?
Velocità e reattività percepitaLCP, INP, CLS sui dati di traffico realeChrome UX Report, PageSpeed Insights, Search ConsoleSì, direttamente
Resa su mobileLeggibilità, aree toccabili, contenuto tagliatoProva su dispositivo reale, non solo emulatoreSì, tra i sei aspetti di page experience
Sicurezza della connessioneHTTPS su tutte le risorse, contenuti mistiCertificato, console del browserSì, tra i sei aspetti
Pulizia della paginaInterstitial, densità pubblicitaria, confine del contenuto principaleIspezione manuale su mobileSì, tra i sei aspetti
UsabilitàApprendibilità, efficienza, memorabilità, errori, soddisfazioneTest con cinque utenti su compiti reali, tasso di completamentoNo
AccessibilitàConformità WCAG 2.2, uso da tastiera, lettore di schermoAudit automatico più verifica manualeNo
Soddisfazione dichiarataGiudizio della persona dopo il compitoQuestionario SUS, CSATNo

Il SUS merita due righe, perché è lo strumento più economico della lista e in Italia si vede poco. La System Usability Scale l'ha scritta John Brooke nel 1986: dieci affermazioni, cinque livelli di accordo, punteggio finale da 0 a 100 che non è una percentuale. Jeff Sauro ne ha calcolato il valore di riferimento incrociando circa 500 studi e oltre 5.000 persone: la media è 68, su campione internazionale e non italiano, quindi vale come ordine di grandezza. Sotto 68 il tuo modulo è più faticoso della media, e lo scopri facendo compilare dieci righe a otto persone.

Tre numeri che non misurano la user experience

È la parte che manca quasi sempre, e produce le decisioni peggiori.

  • La frequenza di rimbalzo. Una visita con un solo evento può voler dire che la pagina era inutile o che ha risposto alla domanda in quattro secondi. Su una voce di glossario come questa, un rimbalzo alto è il comportamento atteso.
  • Il tempo medio sulla pagina. Sale sia quando il testo è interessante sia quando il listino è illeggibile. Da solo non distingue lettura e fatica.
  • Il punteggio di PageSpeed Insights. È un dato di laboratorio, prodotto da Lighthouse su una singola prova simulata. I Core Web Vitals che contano per il ranking arrivano invece dal Chrome UX Report, cioè dal traffico reale degli utenti Chrome idonei. Due sezioni della stessa schermata, due cose diverse.

I numeri che dicono qualcosa sono più noiosi: tasso di completamento del compito, numero di errori per tentativo, quante persone usano la ricerca interna e cosa cercano, quanti ticket di assistenza nascono dalla stessa schermata. Se li stai già portando in un cruscotto, il posto giusto è accanto agli altri KPI SEO, non in un foglio a parte.

In Italia l'accessibilità non è un bonus

L'accessibilità web è la componente della user experience che ha un riferimento normativo, e per alcuni soggetti è un obbligo. Il parametro tecnico sono le Web Content Accessibility Guidelines 2.2, W3C Recommendation nella versione del 12 dicembre 2024, organizzate su tre livelli di conformità: A, AA e AAA.

In Italia la legge 4/2004 copre le pubbliche amministrazioni, con dichiarazione di accessibilità entro il 23 settembre di ogni anno e obiettivi entro il 31 marzo. Il decreto legislativo 82/2022, che recepisce la direttiva UE 2019/882, estende gli obblighi ai privati che offrono servizi al pubblico sopra una soglia di fatturato medio di 500 milioni di euro negli ultimi tre anni. Vigila AgID. Le piccole e medie imprese restano fuori dall'obbligo, ma l'effetto pratico lo vedono comunque: un contrasto da 2:1 su un pulsante di acquisto penalizza tutti, non solo chi ha una disabilità certificata.

Dove la user experience incrocia il lavoro SEO

Tre punti di contatto reali.

  • Struttura del sito. Le stesse scelte che rendono un catalogo navigabile da una persona lo rendono scansionabile da un crawler, e le breadcrumb sono il caso più evidente: la stessa riga serve a chi naviga e a chi scansiona. È il terreno comune tra SEO tecnica e progettazione, e si decide quando si costruisce il sito, non dopo.
  • Corrispondenza con la domanda. Una pagina che si posiziona su una query commerciale e apre con mille parole di storia aziendale ha un problema di esperienza prima che di ottimizzazione.
  • Prestazioni misurate sul campo. L'unica parte della UX che entra nei sistemi di ranking, e l'unica che puoi verificare senza parlare con nessuno.

Gli interventi concreti, in ordine di resa, stanno nella guida su come si fa l'ottimizzazione della user experience. Se invece il punto di partenza è capire dove perdi traffico e conversioni prima di toccare il design, si parte da una analisi SEO del sito.

Una cosa che nel settore si dice poco: i primi segnali di una user experience rotta non arrivano dagli strumenti SEO, arrivano dalle query della ricerca interna e dalla casella dell'assistenza. Se trenta persone al mese cercano "resi" nel motore di ricerca del tuo e-commerce, il link alla pagina resi è nel posto sbagliato, e nessun report di Core Web Vitals te lo dirà. Vale anche al contrario, ed è il motivo per cui i cruscotti verdi ingannano: i dati di campo si leggono al 75° percentile, quindi una persona su quattro sta sempre peggio del numero che stai guardando. Quella è la persona che scrive all'assistenza.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra UX e UI?

La UI è l'interfaccia: pulsanti, colori, griglia, stati. La UX è tutto quello che una persona prova usando il prodotto, interfaccia compresa, più contenuti, tempi di risposta, servizio e assistenza. Si può rifare la UI da zero e lasciare intatto il problema di esperienza, se stava nel catalogo o nelle condizioni di vendita.

La user experience è un fattore di ranking di Google?

In parte. La documentazione di Google Search Central dice che non esiste un singolo segnale di page experience e che i Core Web Vitals sono usati direttamente nei sistemi di ranking. Usabilità, accessibilità e chiarezza dei contenuti non sono segnali dichiarati: agiscono per via indiretta, attraverso link, ricerche di brand e conversioni.

Come si misura la user experience di un sito?

Con strumenti diversi per ogni componente. Chrome UX Report e Search Console per le prestazioni sul traffico reale, test con cinque utenti su compiti veri per la parte di interazione, audit WCAG 2.2 per l'accessibilità, questionari come il SUS per la soddisfazione dichiarata. Un numero unico che riassuma tutto non esiste.

Che differenza c'è tra user experience e usabilità?

L'usabilità è un attributo di qualità dell'interfaccia e Jakob Nielsen la scompone in cinque componenti: apprendibilità, efficienza, memorabilità, errori e soddisfazione. La user experience è più larga e comprende aspettative, contenuti, contesto d'uso e ricordo dopo l'interazione. Un sistema usabile può dare un'esperienza scadente se risolve il problema sbagliato.

Un punteggio alto su PageSpeed Insights significa buona user experience?

No. Quel punteggio è una simulazione di laboratorio fatta da Lighthouse su una singola prova. I dati che Google usa nel ranking sono quelli di campo del Chrome UX Report, letti al 75° percentile dei caricamenti reali. Le due sezioni della stessa schermata possono dire cose opposte, e la velocità resta comunque una parte sola dell'esperienza.

Serve un UX designer per migliorare la user experience di un sito?

Non per i primi interventi. Leggere cosa cercano le persone nella ricerca interna, spogliare i ticket dell'assistenza e far compilare i moduli a cinque colleghi estranei al progetto fa emergere la maggior parte dei problemi gravi. Il designer serve quando vanno ridisegnati flussi interi o l'architettura delle informazioni.

Matteo Pellegrini

Matteo Pellegrini

Sono un business developer e in Visilay mi occupo di sviluppare strategie SEO, Google Ads e CRO basate sui dati. Amo i musei storici, pratico Karate da quando ho memoria e il weekend mi piace visitare i borghi italiani in cerca di cibo nostrano.