Un meta tag è un elemento HTML che sta dentro il <head> di una pagina e descrive la pagina stessa a browser, motori di ricerca e altri software, senza comparire nel testo che l'utente legge.
Di tutti i meta tag che si possono scrivere, la Ricerca Google ne usa una decina. Gli altri li scarta: non li premia e non li penalizza. Il problema serio, nei siti veri, non è scegliere il tag sbagliato. È scriverlo in un punto della pagina dove Google ha già smesso di leggere, cosa che succede sul 10,1% delle pagine desktop.
Com'è fatto un meta tag
È un elemento vuoto: si apre e non si chiude. Ha tre forme, a seconda dell'attributo che porta.
<meta name="..." content="...">è una coppia nome/valore:namedice di che informazione si tratta,contentla contiene.<meta http-equiv="..." content="...">simula un header HTTP, come se il server lo avesse mandato nella risposta.<meta charset="utf-8">dichiara la codifica dei caratteri del documento.
Sull'ultima forma la specifica HTML è più rigida di quanto si legga in giro. Il valore deve corrispondere a utf-8, che è l'unica codifica valida per un documento HTML5, e la dichiarazione deve stare interamente entro i primi 1.024 byte del documento: oltre quella soglia il browser l'ha già letta in un altro modo. Lo documenta MDN Web Docs, che riprende lo standard HTML del WHATWG.
Una precisazione che in italiano si legge di rado: il titolo della pagina non è un meta tag. È l'elemento <title>, che ha un tag di chiusura e un testo dentro, e non usa gli attributi name e content. Meta title è un'espressione da SEO, non da HTML. Le regole per scriverlo non cambiano, ma se qualcuno ti dice che manca e tu cerchi un <meta> nel sorgente, stai guardando la riga sbagliata.
I meta tag che Google usa davvero
Questa è la lista completa dei meta tag supportati dalla Ricerca Google, presa dalla documentazione di Google Search Central, aggiornata all'8 marzo 2026.
| Meta tag | Sintassi | Cosa fa | Fattore di ranking |
|---|---|---|---|
| description | <meta name="description" content="..."> | Può diventare lo snippet sotto il titolo nei risultati | No |
| robots / googlebot | <meta name="robots" content="noindex"> | Controlla scansione e indicizzazione. La versione googlebot vale solo per Google | No, ma decide se la pagina compare |
| viewport | <meta name="viewport" content="width=device-width, initial-scale=1"> | Dice al browser come scalare la pagina su mobile. A Google segnala che la pagina è pensata per il mobile | Indiretto |
| charset | <meta charset="utf-8"> | Dichiara la codifica dei caratteri | No, ma se sbagliata gli accenti si rompono |
| notranslate | <meta name="googlebot" content="notranslate"> | Chiede a Google di non proporre la pagina tradotta nei risultati | No |
| google-site-verification | <meta name="google-site-verification" content="..."> | Verifica la proprietà del sito in Search Console | No |
| refresh | <meta http-equiv="refresh" content="0;url=..."> | Redirect lato client. Google consiglia di sostituirlo con un 301 lato server | No |
| rating | <meta name="rating" content="adult"> | Segnala contenuti per adulti perché SafeSearch li filtri | No |
| nopagereadaloud | <meta name="google" content="nopagereadaloud"> | Impedisce ai servizi di sintesi vocale di Google di leggere la pagina | No |
Nessuno di questi fa salire una pagina in classifica. Due però cambiano qualcosa che conta: la meta description decide cosa legge l'utente prima di cliccare, il meta robots decide se c'è qualcosa da cliccare.
Quelli che Google ignora, e perché li trovi ancora ovunque
Il caso noto è <meta name="keywords">. Google ha dichiarato di non usarlo nel ranking il 21 settembre 2009, in un post firmato da Matt Cutts, e da allora non ha cambiato posizione: oggi compare nella documentazione sotto «tag e attributi non supportati». Se ti stai chiedendo se toglierlo, ne abbiamo scritto in meta keywords.
Nella stessa lista ce ne sono altri tre, meno raccontati:
- l'attributo
lang: Google rileva la lingua dai contenuti testuali, non dall'annotazione nel codice. Questo non lo rende inutile, perché lo usano screen reader e browser, ma non è un segnale per la Ricerca. Per dire a Google quale versione linguistica mostrare a chi servono gli hreflang. rel="next"erel="prev": Google non li usa più per l'indicizzazione delle pagine impaginate.nositelinkssearchbox: la casella di ricerca che disattivava non esiste più, quindi la regola non ha più effetto.
Discorso a parte per i tag Open Graph (og:title, og:image e gli altri). La Ricerca Google non li legge, li leggono Facebook, LinkedIn e WhatsApp quando qualcuno incolla il link. Vanno scritti, ma per un motivo che con il posizionamento non c'entra.
Su tutta questa categoria circola un consiglio: tenere il <head> snello, perché i tag inutili confonderebbero il motore. Non funziona così. Google elabora i meta tag che riconosce e scarta gli altri, senza conseguenze. A fare danno è un'altra cosa.
Il punto in cui i meta tag smettono di funzionare
Lo standard HTML ammette dentro <head> soltanto otto elementi: title, meta, link, script, style, base, noscript e template. Se Google ne incontra un altro, per esempio un <div>, presume che il <head> sia finito lì e smette di leggere gli elementi successivi.
La conseguenza è brutale: description, canonical, hreflang e meta robots che stanno sotto l'elemento non valido finiscono di fatto nel <body> e non fanno più niente. Il tag è scritto bene, è nel sorgente, lo vedi con Ctrl+U, e per Google non esiste.
Non è un caso di scuola. Il Web Almanac 2025 di HTTP Archive, che analizza un crawl globale e non un campione italiano, ha trovato HTML non valido dentro il <head> sul 10,1% delle pagine desktop e sul 10,3% di quelle mobile. Gli elementi che rompono più spesso sono <img>, <div> e <a>, e quasi mai li ha scritti qualcuno a mano: arrivano da un plugin, da un tag manager o da uno script di terze parti inserito male.
Si verifica con lo strumento Controllo URL di Search Console, guardando l'HTML renderizzato e non il sorgente servito. Se un meta tag sta sotto un elemento non valido, o lo sposti sopra o togli l'elemento. È il genere di controllo che sta nella SEO tecnica e non nel lavoro sui contenuti, anche se il sintomo sembra un problema di contenuti.
Quando due meta tag dicono cose diverse
Su una pagina possono convivere <meta name="robots">, rivolto a tutti i motori, e <meta name="googlebot">, rivolto solo a Google. Quando le direttive vanno in direzioni opposte, Google applica la più restrittiva. L'esempio che usa la documentazione è questo: se una pagina dichiara sia max-snippet:50 sia nosnippet, vince nosnippet e lo snippet sparisce del tutto.
I valori predefiniti sono index e follow, quindi dichiararli serve a poco. Nel crawl del Web Almanac index compare sul 69% delle pagine desktop e follow sul 64%, mentre noindex, l'unica direttiva che cambia davvero lo stato della pagina, sta solo sul 3,5%. Su cosa fa e su quando non funziona abbiamo scritto in noindex.
Un avvertimento che vale la pena ripetere: il meta robots agisce su una pagina che il crawler deve poter leggere. Se blocchi l'URL nel robots.txt, Googlebot non scarica la pagina, non vede il noindex e l'URL può restare nei risultati senza descrizione.
Quanto sono diffusi, in numeri
Sempre dal crawl globale del Web Almanac 2025, quindi con la precisazione che non è un campione italiano:
| Elemento | Pagine desktop | Pagine mobile |
|---|---|---|
<title> | 98,62% | 98,54% |
| meta description | 67,7% | 67,2% |
| meta viewport | 93,1% | 95,2% |
direttiva noindex | 3,5% | 2,4% |
HTML non valido nel <head> | 10,1% | 10,3% |
La meta description è la voce con la storia più mossa: era sul 71% delle pagine nel 2022, è scesa al 66,7% nel 2024 ed è risalita al 67,7% nel 2025. Un terzo del web continua a non scriverla.
Il dato più interessante però è un altro, e riguarda la lunghezza. Il <title> mediano misura 77 caratteri su desktop e 79 su mobile, molto oltre l'intervallo «sicuro» di 50-60 caratteri che si ripete in ogni guida. Non è che il web abbia sbagliato in massa: è che in parecchi hanno smesso di ottimizzare per il troncamento, visto che il titolo mostrato lo riscrive comunque Google quando lo ritiene opportuno.
Dove si scrivono, se il sito gira su un CMS
Su WordPress, Shopify o Wix l'HTML del <head> non lo tocchi quasi mai a mano. Yoast SEO e i plugin equivalenti espongono due campi per pagina, titolo e meta description, più un interruttore per il noindex. La stessa documentazione di Google rimanda a questa strada invece che alla modifica diretta del codice.
Due cose da verificare una volta sola, poi non ci pensi più:
- Che non ci siano due plugin SEO attivi insieme. Ne escono due
<meta name="description">nella stessa pagina e Google ne sceglie una senza dirti quale. - Che il tema non stampi una sua description oltre a quella del plugin. Capita con i temi che includono un modulo SEO proprio, e il sintomo è lo stesso: due tag dove ne serve uno.
Sul JavaScript la documentazione di Google è esplicita nella cautela: inserire o modificare meta tag via JavaScript si può, ma è meglio evitarlo quando possibile, e se proprio serve vanno testate le implementazioni. Vale soprattutto per i siti costruiti su framework che montano il <head> lato client.
Domande frequenti sui meta tag
No. Il titolo della pagina è l'elemento <title>, che ha un tag di chiusura e non usa gli attributi name e content. «Meta title» è un'espressione diffusa tra chi fa SEO, ma nel codice non esiste un <meta name="title"> che Google legga.
Nessuno dei meta tag supportati da Google è un fattore di ranking diretto. La meta description influisce su quante persone cliccano il risultato, il meta robots decide se la pagina compare, il viewport segnala che la pagina è pensata per il mobile. Sono effetti reali, ma passano da altro che dal punteggio della pagina.
Non è obbligatorio: Google lo ignora dal 2009 e non lo penalizza. Toglierlo ha un vantaggio pratico, cioè smettere di mostrare ai concorrenti la lista delle parole chiave su cui stai lavorando.
Nella maggior parte dei casi ne bastano tre: charset, viewport e description. Il meta robots si aggiunge solo dove serve tenere la pagina fuori dai risultati, e google-site-verification solo sulla pagina usata per la verifica in Search Console.
Google usa il testo della description quando la considera una risposta migliore alla query rispetto a un estratto preso dalla pagina, altrimenti genera lo snippet dal contenuto. Non è un errore da correggere in sé: vale la pena intervenire solo se la description è generica o non ha niente a che fare con la query.
Per come viene raccontato, scrivere i meta tag sembra un lavoro di copywriting: trovare le parole giuste dentro un limite di caratteri. Nei siti su cui mettiamo le mani il tempo si perde quasi sempre altrove, e sono sempre le stesse tre cose: un plugin che raddoppia la description, uno script che spacca il <head>, un noindex rimasto dal giorno del lancio. Guardare l'HTML renderizzato di dieci pagine rende più che riscrivere la prima description, e costa mezz'ora. Se preferisci farlo controllare a qualcuno, è parte di quello che facciamo nei servizi SEO.