Nofollow è un valore dell'attributo rel di un link che chiede a Google di non considerare quel collegamento come un voto verso la pagina di destinazione.
La cosa da sapere prima di usarlo: dal 1° marzo 2020 il nofollow è un suggerimento, non un ordine. Google può decidere di seguire il link lo stesso, e la pagina che hai linkato può finire nell'indice senza che l'attributo la fermi. Se ti serve tenere una pagina fuori dai risultati, il nofollow non è lo strumento giusto.
Come si scrive
<a href="https://esempio.it" rel="nofollow">testo del link</a>
Non è un tag a sé: è un valore dell'attributo rel, lo stesso che ospita anche sponsored, ugc e noopener. Più valori convivono separati da uno spazio, quindi rel="nofollow ugc" è corretto, e Google lo suggerisce a chi vuole restare compatibile con i servizi che non leggono gli attributi introdotti nel 2019.
Il contrario, il «dofollow», non esiste. Un link senza attributo rel è già seguibile e non richiede nulla. Google ignora rel="follow" e rel="dofollow" perché non sono attributi ufficiali: il Web Almanac dell'HTTP Archive li trova comunque su più home page dei due attributi veri.
Quale valore usare, secondo Google
La documentazione di Google Search Central sui link in uscita assegna a ogni situazione un valore preciso.
| Valore | Quando Google dice di usarlo | Esempio tipico |
|---|---|---|
rel="sponsored" | Link nati da pubblicità, sponsorizzazioni o altri accordi di compensazione | Articolo sponsorizzato, banner, link di affiliazione |
rel="ugc" | Link dentro contenuti generati dagli utenti | Commenti, post di forum, recensioni |
rel="nofollow" | Quando non vuoi implicare nessuna approvazione, compreso il passaggio di credito di ranking | Fonte che citi ma di cui non rispondi |
nessun attributo rel | Link standard che vuoi far recuperare e analizzare senza criteri di idoneità | Citazione di una fonte che avalli |
Per i link a pagamento Google preferisce sponsored, ma scrive che il nofollow «rappresenta ancora un metodo accettabile per contrassegnarli». Quello che non si può fare è non marcarli affatto: un link comprato e lasciato seguibile rientra negli schemi di collegamento che le norme antispam sanzionano, ed è uno dei modi più rapidi per scivolare nella black hat SEO senza averlo deciso, pur credendo di fare white hat SEO.
Da direttiva a suggerimento: cosa è cambiato nel 2019
Il 10 settembre 2019 Danny Sullivan e Gary Illyes hanno annunciato sul blog di Google Search Central i due attributi nuovi e una modifica al nofollow che esisteva dal gennaio 2005, quando era stato introdotto contro lo spam nei commenti. Il testo è netto: «Tutti gli attributi dei link, sponsored, ugc e nofollow, sono trattati come suggerimenti su quali link considerare o escludere nella Ricerca».
La ragione dichiarata è che i link contengono informazione utile comunque: per esempio il modo in cui l'anchor text descrive la pagina puntata, e il fatto che guardare tutti i collegamenti aiuta a riconoscere gli schemi di linking innaturali. Per il ranking il cambiamento è stato immediato; per la scansione e l'indicizzazione il nofollow è diventato un suggerimento il 1° marzo 2020.
Nello stesso post Google avverte chi si affidava al solo nofollow per bloccare l'indicizzazione di una pagina, pratica «mai raccomandata», di passare a meccanismi più solidi. Sono due, e servono a cose diverse: il noindex toglie la pagina dall'indice, il blocco nel robots.txt impedisce al crawler di scaricarla.
Sul singolo link o su tutta la pagina
Il nofollow esiste anche come regola del meta tag robots, e in quella forma non riguarda un collegamento ma tutti quelli presenti nella pagina, interni compresi.
<meta name="robots" content="nofollow">
La specifica ufficiale del meta tag robots, aggiornata il 26 marzo 2026, la descrive così: «Non seguire i link su questa pagina. Se non specifichi questa regola, Google potrebbe utilizzare i link sulla pagina per individuare le pagine collegate». La combinazione noindex, nofollow ha una scorciatoia, none, e quando due regole entrano in conflitto vince la più restrittiva.
Nei progetti reali il meta robots nofollow serve pochissimo. Spegne anche i percorsi interni che portano il crawler alle pagine buone, e quasi sempre chi lo imposta voleva intervenire su tre link esterni, non su tutti.
Quanto si usa davvero
Il Web Almanac 2022, che analizza oltre otto milioni di home page dell'HTTP Archive su scala globale, ha trovato rel="nofollow" sul 29,5% delle home page mobile, in calo di 1,2 punti rispetto all'anno prima. Gli attributi introdotti nel 2019 restano praticamente fermi: rel="ugc" compare sullo 0,4% delle pagine, rel="sponsored" sullo 0,5% delle desktop e sullo 0,4% delle mobile.
Sul lato dei backlink il riferimento resta lo studio di Ahrefs del 2020 sui 110.000 domini più forti del suo indice, anch'esso globale e non italiano: il 10,6% dei backlink verso quei siti era nofollow, mentre ugc si vedeva sullo 0,44% dei domini referenti e sponsored sullo 0,01%. Sono numeri del 2020, ma la rilevazione del Web Almanac due anni dopo racconta la stessa cosa: gli attributi introdotti nel 2019 non sono decollati.
Quando il nofollow ce l'ha il link che ricevi
WordPress marca da solo i link nei commenti, e lo stesso fa MediaWiki, il software di Wikipedia, che ha adottato il nofollow subito dopo l'annuncio del 2005. Vuol dire che una parte consistente delle menzioni che un sito raccoglie in modo naturale nasce già con l'attributo, e che un profilo fatto solo di link seguibili assomiglia poco a un profilo cresciuto da sé.
Nella link building questo cambia il modo di valutare un'occasione. Un link nofollow da una testata che i tuoi clienti leggono porta visite e porta il nome in un contesto pertinente; un link seguibile da una directory che non legge nessuno non porta niente di misurabile. Nei progetti che seguiamo in consulenza SEO la prima domanda su un link non è mai se sia follow, ma da dove arriva il traffico della pagina che lo ospita.
L'abitudine che costa più del non fare niente
Resta il nofollow sui link interni, messo per «non sprecare autorità» verso pagine di servizio. Matt Cutts, allora responsabile del team antispam di Google, ne ha smontato il meccanismo nel giugno 2009 con un conto: una pagina con dieci punti di PageRank e dieci link in uscita, cinque dei quali nofollow. Prima i cinque link normali si dividevano due punti a testa; dopo la modifica ne ricevono uno. I cinque punti destinati ai link nofollow non vengono redistribuiti agli altri, si perdono e basta.
Undici anni dopo Ahrefs trovava ancora il nofollow interno sul 35,3% dei siti analizzati. È il raro caso di un'ottimizzazione che costa più del non fare niente: chi non tocca nulla ottiene il risultato migliore.
Domande frequenti sul nofollow
No. Dal 1° marzo 2020 il nofollow è un suggerimento anche per la scansione e l'indicizzazione: Google può seguire il link lo stesso e la pagina di destinazione può comparire nei risultati. Per tenerla fuori dall'indice serve il noindex, per impedirne la scansione il blocco nel robots.txt.
No. In HTML non esiste alcun valore rel="dofollow": un link senza attributo rel è già seguibile e non richiede nulla. Google ignora sia rel="follow" sia rel="dofollow" perché non sono attributi ufficiali.
Google preferisce rel="sponsored", ma nella sua documentazione considera il nofollow ancora accettabile per contrassegnare i link a pagamento, con lo stesso effetto per questo scopo. Si possono anche combinare. L'errore da evitare è lasciare il link senza alcun attributo.
Di norma no. Il PageRank destinato a un link interno nofollow non viene redistribuito agli altri link della pagina: sparisce. Matt Cutts lo ha spiegato nel giugno 2009 e Google non ha annunciato modifiche successive a questo calcolo.
Porta le visite di chi ci clicca e la menzione del nome nel contesto in cui compare. Sul posizionamento Google dichiara di trattare l'attributo come un suggerimento e di non considerare di norma questi link ai fini del ranking.